l’inutile indispensabile

Complice il caldo che finalmente arriva in questi giorni vengo attaccata da un momento, più unico che raro, di bisogno estremo di mettere mano agli armadi.

Non trovo mai niente in questo bordello, metto sempre le stesse tre cose, eppure so che c’è qualcos’altro, ma chissà dov’è, chissà dove non è. Insomma oggi è il gran giorno, evviva il lunedì libero, che diventa da giorno di riposo a giorno del massacro. Anche un po’ dell’anima devo dire. Perchè dopo gli armadi, da cui ho tirato fuori un saccone di robe che non metto da decenni, alto come me, che non sono un watusso, lo so, ma è abbastanza, son passata ai cassetti. Quelli delle mutande, ma anche quelli in cui finiscono tutte le cose che non si possono buttare via, che sicuramente possono tornare utili, n’si sa mai. Quindi, terminata la rivisitazione dei miei vari stracci inindossabili ma amati amati amati (cazzo, un paio d’anni fa ho buttato via quella giacca rossa da affezionamento totale, quella assurda con le spalle assurde, ma come cazzo facevamo, e mi faceva così male buttarla via) mi son fatta il viaggio nel tempo tra oggetti e foto.

Le foto, porca troia, che lo so che quelle che non sono religiosamente organizzate negli album sono quelle che non dovrei mai toccare e guardare, ma tant’è, qualche volta il mio masochismo mi obbliga a lasciare qualche altra impronta digitale sulle superfici lucide. Stanno disordinate, ammucchiate, pressate dentro ad una cassettiera che non serve a niente, mica dovevo far pulito anche lì, quella roba poteva restare intoccata per saecula saeculorum, non so se si scrive così, niente latino nei miei felici anni scolastici, per fortuna. Quindi ci ho fatto una sacrosanta ripassata, alle foto col professore, cazzo,dovevo proprio?, così, giusto per farmi venire un po’ di malinconia, poi di tristezza, poi di incazzo, e alla fine ho richiuso tutto nello stesso cassetto che rimarrà tale e quale per saecula saeculorum, appunto.

E infine il mio comodino, stracolmo di oggetti: le pietre che il dodo mi portava a casa da piccolo, e i legnetti, e il meraviglioso cuore fatto di filo elettrico saldato con le sue manine sante, la macchinina con l’antenna che non funziona ma deve rimanere lì, il suo ciuccio, ma come faccio a dire il suo ciuccio che non l’ha mai voluto ciucciare una volta, che gli faceva uno schifo tremendo, e tremila altre cagate che ho tenuto pensando che prima o poi sarebbero tornate utili, chessò, un pezzo qua e un pezzo là, per costruire qualcosa, neanche fossi macgyver.

Insomma, son stata tutto il giorno a incasinare la casa per la felicità dei miei gatti, per poi decidere di conservare ancora tutte le puttanate che ho trovato. Però ho buttato un po’ di vecchi abiti con relativo spargimento di lacrime, ma l’armadio non so perchè sembra esattamente come era prima e alla fine ho deciso che le cose estive che ho rimesso alla luce del sole mi fanno tutte un po’ schifo, e quindi nei prossimi giorni mi sparo un bel giro in centro fino a piazza vittorio, vado a trovare la mia amica ange e mi compro qualche camicetta figa, e magari anche  una maglietta don’t worry be hippy, che come dice lei, è  proprio giusta per me.

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antico n. 2. un anno fa

12maggio2011

La notizia che nessuna persona vorrebbe mai sentirsi dare. Quel nodulo lì non va bene, bisogna toglierlo. Ha delle cellule tumorali e bisogna toglierlo. Eppure lo sentivo, lo sapevo già, dalla faccia della radiologa quando mi ha detto io farei un ago aspirato, dalla faccia del radiologo che, mentre mi faceva l’ago aspirato diceva, però stia tranquilla. Lo sapevo già. Io le facce le ho viste, e dicevano quello che era già chiaro. La settimana dell’attesa dell’esito non la dimenticherò mai. È stata la settimana peggiore della mia vita, lacerante e devastante. Lacerante e devastante vedere la faccia di mio figlio, l’incapacità di tenere a bada la tristezza infinita che quella nuvola nera portava con sé, l’impossibilità di aiutarci a vicenda nel momento più difficile che abbiamo mai vissuto insieme. E poi affrontare il ritiro degli esiti, con la certezza di sapere già il responso che sentirai con la voce di un medico gentile, dolce, che sembra ti capisca, mentre un macello di pensieri senza capo né coda si affollano nella tua mente, e non sai neanche tu che cosa stai pensando. Poi l’incontro col chirurgo, anche lui gentile, un po’ freddo per la verità, ma ti spiega di nuovo tutto e ti fa un piano di quello che accadrà, come si svolgeranno le cose, quale sarà il percorso che ti porterà a dire sono guarita. L’ho detto a tutti: le mamme mie clienti, i miei vicini, gli amici ovviamente, ma anche le persone comuni che per lavoro vedo tutti i giorni. Non voglio che mi guardino con compassione il giorno in cui porterò la bandana perchè i miei capelli saranno caduti, non voglio che mi guardino come una malata, e quindi sto preparando un tessuto positivo intorno a me. Dico semplicemente, col sorriso, ho un tumore al seno, sarò operata, farò sicuramente radioterapia, per la chemioterapia si vedrà, ma fra una settimana sarà fatta. Mi operano il 19, e la ragione per cui a voce alta continuo a dire a tutti, e soprattutto a me stessa, a parole chiare, io ho un tumore, è perchè tra una settimana a quest’ora potrò dire io il tumore non ce l’ho più, voglio dire io il tumore non ce l’ho più. Il guerriero che ho dentro di me ha sguainato la spada. Nessuno lo fermerà.

antico n. 1

Dunque, una si alza la mattina e sorride alla giornata che arriva, fa una colazione da figa in vacanza, tovaglietta e scodella colorata, fette biscottate burro marmellata, insomma tutto è perfetto. no. Mi alzo con lo scazzo. E il peggio che mai viene fuori se ci alziamo tutti e due alla stessa ora. Vabbè, un po’ è dovuto allo spartirsi il bagno, con i tempi che ognuno ha, che non sono mai gli stessi, ma sono sempre contemporanei, non nel senso che tutto ciò avviene ai giorni nostri, ma nel senso che il cesso serve a tutti e due contemporaneamente. E grugniamo, grugniamo molto, anche se la prima cosa che facciamo incontrandoci in mutande in cucina è darci un bacio. Poi succede qualcosa, chi sa che cosa è fortunato, non è mai chiaro cosa, ma quella cosa che succede fa scoppiare una bomba. Le peggiori litigate le facciamo di mattina presto, quando non si può alzare tanto la voce. E lanciare oggetti, cosa che a me riesce particolarmente bene, non è ammesso dalle regole di condominio, che prevedono l’assenza di rumori molesti prima delle ore otto. È un odio reciproco, nonostante il bacio, ci provochiamo a vicenda uno scazzo tremendo, e anche se non capiamo cosa sia successo si scatena una guerriglia rabbiosa. Boh, siamo consapevoli che ‘sta roba qua succede quando ci alziamo insieme, tanto che la sera ci chiediamo quale sarà l’orario di sveglia dell’altro, e già teniamo in considerazione in quale modo affronteremo la giornata successiva. È che siamo due teste di cazzo, e messi insieme siamo perfetti. Poi ci vediamo per pranzo, ciao mamma, ciao ciciu, tutto bene?, e ci raccontiamo amorevolmente delle cose, dimentichi di quel che accadeva quattro ore prima intorno alla caffettiera. Il fatto è che noi ci vogliamo bene davvero, mica per finta. Per finta sono le litigate del mattino, che si creano e si distruggono, anche se sono fatte d’energia.