e-girl

C’ho la crisi della sigaretta. Sarà che mi sento bene, assolutamente normale, e faccio tutte le robe che facevo prima, anche se poi so che molto è cambiato. Vabbè, non divaghiamo. Comunque quella della sigaretta è una normalità che non vorrei. Non ne compro, frego una sigaretta qua e là, in momenti particolari, e se c’è con me qualcuno che fuma. Altrimenti non ci penso troppo, veramente.
Però mio figlio mi ha beccata. Bella questa, le parti si invertono. E mi sgrida pure. E quindi mi dice, guarda, io ho due sigarette elettroniche, prova, funziona così, questo è il filtrino, questo è il caricatore, non puzza, eccetera eccetera. Lezione di sigaretta dai figli, carina.
Non oppongo mica resistenza all’elettronica, però fa proprio strano aspirare da questa cosa ed espirare fumo, alla fine della fiera è come un giocattolo che finge la realtà, come la betoniera o la macchina della polizia della mondo motors, o le bambole che nel corso dei decenni sono cambiate a seconda delle mode, con tette più o meno veritiere, capelli al culo, e zeppe da zoccola. Intanto di elettronica siamo talmente invasi, una roba in più o una roba in meno non fa poi tanta differenza. Ma al libro elettronico non mi piego. É comodo, eh, magari sulla tube a Londra, tutto sommato non è una brutta idea, però. Non riesco a pensare di non dover girare la pagina col dito, non riesco a pensare di non dover litigare con la libreria ogni volta che un nuovo ospite deve trovare la sua collocazione, ora che i miei libri sono impilati anche in orizzontale e su due o tre file. A me piace decidere di dedicare una giornata intera al riordinarli e spolverarli, e fermarmi tremila volte a scorrere alcune pagine, che spesso sono anche ingiallite, prima di rimetterli sullo scaffale. Mi piacciono le librerie, nel senso dei bookshops, mi perdo, durante le attese dei libri scolastici dai miei fornitori, tra i pallets disordinati, anche tra le pubblicazioni di cucina o di pilates. Amo il profumo tipico delle librerie, e penso che nessun e book potrebbe mai rallegrare i miei sensi in questo modo. Ho deciso che avrò un e book solo se in futuro per fare sesso saremo costretti ad un cavo usb; allora mi attorciglierò sul divano con la copertina fino al collo, leggerò guerra e pace elettronico, che almeno ci guadagna nel peso, e nelle pause puccerò i cantucci nel vin santo, sperando che a nessun mostro dell’elettronica venga in mente di ammazzarci anche il senso del gusto.

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grazie

Un anno fa perdevo i capelli. Era quello che succedeva fuori, dopo quello che era successo dentro. Il dentro era privato, pensieri, fatiche, era mio. Il fuori era affrontare la cosa con tutto il resto. Era mettersi al confronto del pensiero degli altri, un pensiero che non conoscevo, ma che non volevo fosse commiserazione, mai. Perdere i capelli non è stata una sciocchezza. Era l’esternazione della cura più antipatica che una persona possa affrontare. Il pianto della rasatura non lo dimenticherò mai. E poi la stagione delle bandane, di tutti i colori, col gioco della vanità per affrontare a testa alta il periodo più difficile della mia vita. Il bisogno di non sentirmi malata, di non mostrarmi malata, ma orgogliosa del modo in cui andavo contro a quello che mi era successo, come un guerriero. È stata la sfida con me stessa, il bisogno di rivendicare il diritto di urlare che ero guarita, è stato prendere un aereo e andare a Berlino da sola, è stato tutto, è stato imparare. Sono stata fortunata. Il tessuto fitto intorno a me mi ha reso fortunata. Al giro di boa dell’anno tirare delle somme è quasi inevitabile. È un’altra vita, un altro modo di affrontare ogni piccola cosa. È come se ci fosse un paletto: la vita di prima, la vita di adesso. Il mio grazie va a me stessa, perchè sono fiera e felice di dire che sono stata proprio brava. Il mio grazie profondo va a Edoardo, dal quale ogni giorno imparo qualcosa. Il mio grazie va a Sabrina, alla mia mamma, ai miei fratelli grandi Gianna e Meo, a Luisa, Mario, Patrizia, Valter, Maria Teresa, Elvio, Carla, Massimo, Lorena, Antonella, Ago, Lori, Massimo, e anche se adesso non vi scrivo tutti sapete che ci siete. E il mio grazie va anche al mio papi, che mi piace pensare mi abbia tenuto d’occhio.

Fenaria am Sturen.

Stura tiene compagnia in questi giorni. C’ho le palle girate per motivi x, e questa orettaemezza di finto mare serve. Straccio per terra e musica nelle orecchie, mi sparo a tutto volume qualcosa che mi faccia star bene, e mi isolo. Ma se non mi isolo, c’è un mondo intorno.

C’è la tipa russa o simile, che riceve telefonate a raffica per lavoro. Fa massaggi, estetici, non curativi, ma che cazzo, non so dire quanto costa, mi sfugge sempre.

C’è il tipo iperabbronzato, verrà qua da marzo per essere nero così. Lui non parla mai, sta da solo, ogni tanto va a bagnarsi. Avrà le palle girate anche lui per motivi y.

C’è la tipa dal culo piatto, mai visto un culo più piatto di quello. Giuro, molto meglio un bel culone formato famiglia con cellulite a buchi tipo emmenthal, altro che buccia d’arancia. Ma la meraviglia è il costumino: un perizoma che rende tutto a vista, ovviamente abbinato per amicizia all’assenza totale di reggiseno. Ma non ce l’ha una vecchia mamma, una sorella, un figlio, che possa dirle qualcosa?

C’è il gruppo dei cannaioli, e a Sabri ho proposto di metterci sottovento.

C’è una loro amica che ogni tanto arriva, racconta come sta bene quando fuma, che ride molto, si diverte molto e poi allontanandosi continua a parlare, a voce sempre più alta, altrimenti non la sentono più, e quando è abbastanza distante urla: e poi scopo eh, eh si, come scopo! Ok, devo dire che non ce ne fregava una pippa, ma siamo tutti partecipi delle sue emozioni più vere, oramai.

C’è il mitico pollo, che tanto imbarazza Elena, già costretta ad incontrarlo sul pianerottolo di casa, che passa i suoi impegnati pomeriggi appollaiato, ah già, è pollo, su una vespetta in cima alla collina, e tutto osserva e tutto commenta, e ogni tanto scende tra noi comuni mortali e va a fare un giro dai cannaioli a proporre qualcosa che loro non rifiutano mai.

C’è la mamma con i bambini, che fa scendere la figlia dalla macchina e le dice stai all’ombra e aspetta che io scendo tuo fratello. Stai all’ombra? Ma se poi la tieni al sole delle due del pomeriggio! E non dico niente del bambino che lei scende, perchè mi fa tristezza, ma tanto non c’è niente da dire.

Ma la chicca sono i vecchi: un po’ più in là, saranno una ventina, in un misto di ombra da piante e sole cocente, giocano a bocce, hanno le sedie a semicerchio, e l’accompagnamento sonoro di liscio & co. Abbastanza udibile anche da lontano, devo dire. Mitico, il rave dei vecchi.