Ferragosto: lavoro, ma è evidente che c’ho tempo da perdere.

Qualche sera fa vado all’ora beata dalla ammica mia,  rossa ristoratrice, per fare cena con lei. Il bello di esser solissima a casa e al lavoro: niente orari, niente stress, hai fame?, mangi, non hai fame?, chissenefrega, vuoi mangiare alle 10?, bene, scendi e mangi. La nota via pseudo pedonale nelle ore serali interpreta lo struscio del lungomare, ma senza la sabbia e il rumore delle onde in lontananza. C’è però la puzza di pesce fritto e rifritto, i bambini nei passeggini, i venditori di rose, e un numero imprecisato di stivali bianchi – orrore dell’estate, ma gli infradito non sono meglio? – , lustrini e paillettes che neanche in discoteca nel 1976, scarpe dai tacchi vertiginosi, con vertiginosi plateau, che tutte le fighe sono in fila nel corridoietto centrale, essendo il porfido impraticabile senza il rischio di ammazzarsi rovinando per terra. Fortunatamente non è serata di intrattenimento musicale nella piazza, e almeno questa tra le tante pacchianate ce la risparmiamo. Anyway, dicevo, scendo per mangiare con la rossa e far le quattro chiacchiere di rito. Lei, tranquilla ad un tavolo, io entro di botto e dico, che ci fa una valigia nel tuo dehors?  Una valigia??? Una vecchia samsonite blu, normale, grande, anonima, tra un tavolino e l’altro.  L’avrà dimenticata qualcuno, dice lei, ma quando ho tirato giù le serrande, sarà un quarto d’ora fa, non c’era mica. Beh, suggerisco, io tanto tranquilla non sono. In un nanosecondo son riuscita a trasmettere una nuvoletta nera. Il simpatico vicino chiama i carabinieri, che arrivano una bella fetta di venti minuti dopo.

Tempo durante il quale ho la possibilità di giocare ad uno dei miei intrattenimenti preferiti: osservare.

Uomini, donne, giovani, vecchi, bambini, varia umanità accomunata dalla faccia triste, perché vanno, e vengono, ma non vanno da nessuna parte, e non vengono da nessuna parte. Vagano, senza parlare, senza ridere, senza sorridere. La passeggiata è un rito, un obbligo sociale, si esibisce l’abbronzatura, qualche volta si compra un gelato, e si va su, si torna giù. Con la faccia triste di chi non sa cosa fare, e che si guarda intorno senza vedere niente.

Neanche una valigia “dimenticata” in un dehors.

Nessuno ci fa caso, eppure passano a 10 centimetri, è ben in vista, ma nessuno la nota. Ma ecco che all’improvviso, e contromano, arriva con calma la vettura dei carabinieri, al cui passaggio le persone mettono in pratica l’apertura delle acque del mar rosso. Con ovvia cautela prendono coscienza della situazione, dovendo decidere se evacuare la zona o se caricare semplicemente la valigia in macchina e portarla all’ufficio oggetti smarriti. Intanto stanno lì, a qualche metro dalla valigia, per non dare troppo nell’occhio parlando con la rossa e me, chiedendo da quanto tempo sia lì, se è possibile che un avventore del ristorante l’abbia dimenticata, insomma le domande normali.  Come cambia la scena. Improvvisamente capannelli di persone si fermano, bloccate ad osservare cosa stia accadendo; gli occhi vanno dai carabinieri alla valigia, dalla valigia ai carabinieri. Intanto uno dei due  fa qualche chiamata alla sua torre di controllo, sta chiamando gli artificieri? L’altro dice, ma sarà magari qualcuno che sta nell’altro bar, e ha lasciato qui la valigia? Ma perché mai dovrebbe, mi chiedo, penso che se io avessi con me il mio amato trolley non lo lascerei in un posto, incustodito, per andare in un altro. Ma come sempre la realtà è  molto lontana dalla mia fantasia. Ed ecco che arriva un tizio, con calma, che dice la valigia è mia, ero al bar di fronte, non l’ho portata per comodità. Dovuti accertamenti, esibizione di documento non senza difficoltà, apertura della valigia contenente costumi da bagno, insomma, tutto è bene quel che finisce bene, da giovine guardavo nick carter, e me ne vanto.

La cena altro che all’ora beata, beatissima direi. Intanto nelle noiose serate dello struscio solo un’eventuale bomba può creare un diversivo. Sempre che la gente se ne accorga.

Unico neo: la lagnanza dell’altra ammica mia, ristoratrice anch’essa, ma riccia: ma che cavolo, io non sono affacciata sulla via, e mi perdo sempre tutto? 

Immagine

Annunci

come per magia.

Lieta di far parte del popolo della seicento. Non che voglia fare pubblicità ad un’auto, pellacarità, che  delle auto non me ne frega una beata fava. Sono oggetti utili, comodi, qualche volta indispensabili (forse mica poi tanto), ma non sono certamente una fanatica. Non mi interessano le auto grandi, spaziose, piene di optional: la mia ha ancora la manovella per il finestrino, pensa te, e per chiuderla e aprirla devo usare la chiave. Però è bello parcheggiarla: basta uno spazio tipo bidone dell’immondizia e vualà. Ma la mia auto ha una caratteristica particolare, unica, speciale: ha il bottone dell’invisibilità. Un optional che non avevo richiesto, ma che ho scoperto cammin facendo. Ogni tanto evidentemente lo premo inavvertitamente. Allora vedo altre vetture passarmi quasi sopra, rasette pazzesche, girarmi intorno magicamente, sfiorarmi, il tutto ignorandomi allegramente, quasi fossi, appunto,  invisibile.

In giro per la strada non è proprio la sensazione migliore. Ogni tanto la provo anche senza la seicento, e devo dire che sentirsi invisibile è una bella schifezza. Invece scegliere di diventarlo sarebbe proprio una bella idea. Tò, mi butto sulle spalle il mantello dell’invisibilità e mando tutto il resto a cagare.

Però voglio anche tutta un’altra serie di magie accessorie, qualche parolina magica per risolvere alcune questioni.  

Prima di tutto accio: nel simpatico caos che mi circonda trovare le cose è proprio complicato. Qualche anno fa si vedevano in giro dei comodissimi portachiavi, che fischiavi e loro suonavano. Una figata, segui la musichetta e smetti di disperarti. Son spariti dalla circolazione: erano sicuramente cinesi, e forse non esattamente conformi alle normative. Oppure ero l’unica ad apprezzarli, perchè tutti trovano le chiavi subito. Bene, spiegatemi come fate, che c’è sempre da imparare. Comunque, il problema non solo le chiavi, ma tutto. Neanche quando dico, ecco, questo lo metto qui, così mi ricordo di sicuro dov’è. Macchè. Allora un bell’accio detto ad alta voce, e tò, quel  serve arriva in un batter d’occhio. Tutto da solo.
Mi piacerebbe lumos: se non funziona accio, per trovare le chiavi di casa posso sempre far luce dentro la borsa. Però dovrei avere la bacchetta magica. In mancanza, posso usare una matita? Che poi, intanto, non ce l’ho mai. Giusto perchè faccio la cartolaia, penna e matita, queste sconosciute.
Visto che siamo in tempo di ferie, adduco maxima: il mio amato trolley potrebbe diventare capientissimo, rimanendo sempre piccino, e così la diamo in barba a ryan air. E finalmente posso buttarci dentro qualche paio di scarpe in più, due o tre maglioni che non si sa mai, e i 15/16 libri che vorrei portare con me.
Ogni tanto sarebbe utile anche expelliarmus: non che io conosca tanta gente che va in giro brandendo scimitarre, o fucili a doppia canna, però qualche volta mi scontro con le parole di qualcuno,  che feriscono nella stessa maniera. Togliere la parola a qualcuno non è una cattiva idea. Non solo per disarmare: sarebbe proprio bello poter zittire certe persone, qualcuno  vicino e qualcuno lontano, e togliere finalmente e definitivamente la parola a qualcuno che siamo costretti da 20 anni a sentire per tivù.  
E ancora desilludo: utilizzabile in varie occasioni. Cambiare fisionomia qualche volta non sarebbe male. Giuro, non vorrei tette giganti o altre menate del genere, non mi interessa in questo senso.  Però la trasformazione temporanea potrebbe essere molto interessante. Per andare da qualche parte in incognito, per esempio, curiosare senza essere riconosciuta, insomma, per fare la ficcanaso in piena libertà. Sì sì. Bello, mi piace.
E poi il più simpatico: il rabbocco. Perchè chiedere un’altra pinta se la pinta fa tutto da sé?

Così arrivo a casa sversa, non trovo le chiavi di casa, e non trovo la matita/bacchetta per fare lumos  perchè ho ingigantito la capienza della borsa per potermi portar dietro tutto il necessaire che necessaire non è, ma nella borsa l’unica cosa ingigantita è il casino,  suono alla vicina che non mi riconosce perchè sono alta e bella e con i capelli turchini, fata, ma senza bacchetta, lei  si spaventa e mi dà in testa una delle sue duecento racchette da tennis,  io non ricordo la formula per disarmarla e lei continua a menarmi.
Non mi resta che tornare a sedermi nella  seicento, reclinare un po’ il sedile, schiacciare il pulsante dell’invisibilità e mettermi a dormire.

perché baricco è baricco, ma io no.

Prima o poi doveva succedere. Sono volutamente poco visibile, non mi metto sullo scaffale a vista, il mio profilo non è chiaro, ma ho commesso un errore. Che poi forse non è neanche vero. Nel senso che se scrivi sul web sai che sei in mezzo ad un mare di pesci, che pescarti è difficile se nuoti in acque protette, ma sei pur sempre pescabile. La sorpresa è scoprire di essere stata pescata da chi. Una sorpresa che apre un ragionamento, che non farò qui, visto che qualcuno questo scaffale anonimo è stato comunque in grado di notarlo. Ma tant’è.

Scrivere un blog è molte cose. Può essere semplicemente un diario personale; può essere  uno sfogo di varia creatività; può essere l’esplosione del proprio egocentrismo; può essere il terreno fertile per coltivare la propria vanità. Noi italiani siamo tutti un po’ navigatori, cantanti, commissari tecnici in tempo di mondiali, poeti e scrittori. E siccome non siamo Baricco, che scrive giusto tre righe quando ha bisogno di soldi (ma davvero ha ancora bisogno di soldi?), ci accontentiamo delle piccole storie da blog. Tenere il diario segreto nel cassetto, chiuso con quella chiavetta sminchia che non serve sicuramente a proteggerne l’incolumità, non offre le stesse possibilità. Scrivere nel mondo del web mette a disposizione di ogni piccolo scrittore un momento di celebrità, sapendo di poter finire inaspettatamente nella rete di qualche pescatore.

Insomma, nuoto serena. In fondo a questo mare non si sta poi così male.