piuttosto.

Ieri è venuto a trovarci un rappresentante. Ha aperto l’ipad, ha fatto scivolare l’indice tra le crepe a forma di ragnatela provocate da rovinose cadute – che essendo in aria di halloween ci stanno proprio bene, ma solo fino a domani – e scomparsa la bella foto in bianco e nero di  signora e bimba, suppongo le donne della sua vita, ci ha messo a disposizione la vasta gamma dei prodotti scolastici che andranno in onda l’anno prossimo.

Ecco qua. Le proposte per l’anno prossimo sono marchio x, marchio y, marchio z.  Abbiamo acquisito  il marchio w dall’altra primavera, e vi proponiamo svariati articoli di cartotecnica e tessuto. Ci sono zaini, piuttosto che trolley, piuttosto che postine estensibili; con le stesse grafiche vi possiamo proporre portapenne a tre cerniere, piuttosto che cartelline colorate. Per la cartotecnica abbiamo diari, piuttosto che copertine ad anelli, piuttosto che….

Al secondo piuttosto ero già lì a cercare di fare una traduzione in italiano delle sue frasi. Ma cosa vuol dire? Che hai gli zaini, ma che non ci sono i trolley, o che hai trolley ma neanche uno zaino? Che invece del diario mi faccio scrivere le note sulla copertina ad anelli, e che metto pennarelli e matite colorate dentro alle cartelline di cartone? Devo rifare le frasi dentro la mia testa per poter capire cosa mi dice, ma tutto sommato ce la faccio: escludo la sua voce e guardo le foto sullo schermo danneggiato. Insomma, 12 anni da cartolaia, posso anche fare a meno delle spiegazioni. E meno male.

Il guaio è che questo uso schifido del piuttosto mi crea un’orticaria che neanche un kg di fragole (piuttosto che di pesche, potrei aggiungere). È diventata una mania, viene usato come fosse una congiunzione in un elenco di cose, in cui nessuna esclude un’altra, ma non si capisce con esattezza se è davvero così.

Ho mangiato un panino piuttosto che una piadina. Ma chi se ne frega se hai preferito il panino e la piadina ti fa schifo! Peccato che in realtà voglia dire: ho mangiato il panino e anche la piadina, e  la cosa non mi frega lo stesso. Insomma, il problema è che non si capisce quello che si vuol dire. Potremmo adottare la soluzione A, piuttosto che la soluzione B – penso, la B è già in secondo piano, macchè – , piuttosto che la soluzione C.. vaf-fan-cu-lo! La soluzione me la trovo da sola, che è meglio!

E poi attenzione se qualcuno fa una proposta per il sabato sera. Andrei al cinema piuttosto che a spasso. Detto così sarebbe chiaro: non ho voglia di andare a spasso, preferisco andare al cinema.  Che bello, potrei rispondere, certo, anche io preferisco andare al cinema! Ma poi scopro tristemente che la proposta è di fare una cosa e anche l’altra… Potremmo vedere l’ultimo film con Luciana Littizzetto piuttosto che con Fabio De Luigi. Ah, ci sono in film diversi? Ho presente Aspirante vedovo, l’altro qual è? Quello quello, è un film solo!  E che cazzo, togli ‘sto piuttosto allora, che non capisco un accidente! E se stiamo a casa a guardare la tivù, piuttosto che cenare insieme?  Ah, facciamo dieta? Ottimo sistema per dimagrire velocemente, incomincio a saltare le cene e divento una manchén. Ma no, prima ceniamo e poi ci spariamo ballando con le stelle.  No, senti. Facciamo così: io me ne vado a casa mia, mi svacco sul divano e leggo. Da sola. Tu continua a fare il troglodita dove ti pare.

Non mi dispiace la fantasia del linguaggio, ma stravolgere la grammatica, dimenticare i congiuntivi, usare avverbi come congiunzioni, oddio, rende veramente difficile capire il senso delle frasi.

Il problema grosso è che il dilagante piuttosto usato ad minchiam lo si sente in ogni dove. In tivù, certamente e, soprattutto lo si legge piuttosto (usato bene) spesso anche sui giornali 

Io però invento le parole. Nel rispetto delle regole.  L’invenzione delle parole è simpatica, perché non sempre i termini corretti rendono veramente l’idea. Tipo quella che ho sparato qualche giorno fa: disapprezzare.  Il contrario di apprezzare non sempre dovrebbe essere disprezzare. Mi piace usare il termine inventato disapprezzare. Disprezzare è durissimo, brutto, annichilente, non dà scampo. Disapprezzare invece mi sembra lasci  un margine di recupero. Giocare con le parole può essere molto bello, divertente,  rivitalizza il linguaggio e la fantasia.  Ma il piuttosto, no, per favore, lasciamo che faccia il suo mestiere.

Continuiamo a dire che si preferisce il panino con la mortadella piuttosto che col salame, perché la mortadella ci piace di più; diciamo che preferiamo leggere un libro piuttosto che guardare la tivù; giochiamo con i nostri figli piuttosto che avere la casa pulita come uno specchio; trascorriamo il tempo con gli amici piuttosto che passare il tempo libero sui social network; cuciniamo per la nostra famiglia piuttosto che far fare 4 salti in padella a sacchetti congelati; ammettiamo serenamente di essere innamorati piuttosto che continuare a nasconderlo anche a noi stessi; pensiamo positivo, piuttosto che crogiolarci nelle paturnie.

Il correttore automatico  scalpita:  mette tutta una meravigliosa sottolineatura rossa ad alcune parole, per ricordarmi che sto scrivendo una minchiata. Lo so, grazie per la collaborazione.  Comunque lo riscrivo, disapprezzare, toh.

(Comunque ha  anche sottolineato schifido, ipad, manchén, minchiam e ovviamente vaf-fan-cu-lo. Il computer non ha fantasia: è maschio) .  

e beccati ‘sto regalo, và.

Oggi puntatina a viridea con la socia Sabruska. Giro veloce tra piante fiori scatolette per gatti e lettiere e poi via, che il tempo stringe e la bottega non si apre da sé. Uscendo ci casca l’occhio sul reparto Natale. Natale, cioè, quella festività che sarà tra ben duemesiemezzo, ottantasei giorni, ho fatto il conto. Che noia, l’11 ottobre già palline e fili dorati, statuine del presepe, pozzi e fuocherelli. Noi le vetrine del Natale le prepariamo il 7 dicembre.  Quando arriva il giorno fatidico siamo già arcistufe, e il 27 di solito cominciamo lo smantellamento, così che, sali di qua, scendi di là, trasporta cose in magazzino e imballa scatoloni, facciamo un po’ di moto,  che dopo i bagordi non ci fa neanche tanto male.  Che il Natale ci venga sbattuto in faccia a metà ottobre però può essere parecchio utile. Come tutti gli anni penso, bene, c’è tutto il tempo per pensare ai regali. E poi, come tutti gli anni mi centrifugo l’ultima settimana, cercando disperatamente di coniugare il bisogno di fare in fretta, il bisogno di spendere il  giusto poco che mi è possibile,  e il bisogno di superare indenne lo scazzo cosmico che accompagna tale evento.  Che poi io un’idea sui regali, specialmente quelli natalizi, ce l’ho, e le regole sono le stesse che abbiamo tutti, non sto inventando niente di nuovo:

  • Costo contenutissimo (prima voce, altrimenti non si va da nessuna parte)
  • Adatto alla persona ricevente
  • Che piaccia anche alla persona donante (io me)

Peccato che queste corrette, banali, semplici regole siano poi ammazzate dalla praticità dell’affare in senso stretto:  alla fine giro come una matta  per una giornata, cercando disperatamente di farmi colpire da qualcosa che abbia proprio quelle tre caratteristiche, e non sono certa che l’operazione riesca bene. È lapalissiano però che le stesse difficoltà le abbiano anche gli altri, e questo si può dire con certezza analizzando i regali che si ricevono. Spesso sono oggetti inservibili e brutti, e si capisce perfettamente che sono stati acquistati per il dovere di farlo, non sia mai che a Natale non si facciano regali, e quindi sia quel che sia,  il pacchetto c’è, scintillante e fioccato, con una schifezza dentro, ma poco importa.

Diverso è il discorso sui regali per altre occasioni, fuori dal periodo business, fuori dall’obbligo del regalo per forza. Tipo compleanno, occasione in cui forse fare un regalo prevede un’attenzione più profonda, un po’ più di cuore, se vogliamo metterla sul mieloso. Le regole son poi le stesse, ma poter pensare alla persona che lo riceverà è tutt’un’altra storia. Poter pensare alla persona, il trucco è tutto qui. Nel momento in cui si riceve un regalo si può capire se la persona donante  ha pensato veramente a noi,  e questo importante momento potrebbe essere rivelatore di un sacco di robe che vale la pena riconoscere e tenere a mente.

Mettiamo i regali tra fidanzati.

Compleanni, anniversari, e magari anche mesiversari, così, giusto per inflazionare un po’, che quando gli occhi son tutti cuoricini si aspetta con ansia lo scoccare del giorno x. Caduta libera di peluches, oggetti tenerini, cuscini e bigliettini. Se il peluches è un cane vorrà dire che sarà sempre fedele? Il cuscino sarà un surrogato da stringere quando non c’è? Perché dietro ai regali un messaggio c’è. Tipo se sei tappa e ti viene regalato un paio di scarpe tacco 15 con plateau 4. Oppure se hai i piedi freddi e ricevi un paio di calzini termici.  Oppure se lavori la creta e ti regalano una crema per le mani. Oppure se sei perennemente in ritardo e ricevi una sveglia a forma di leone della savana che ruggisce, con possibilità di impostazione per enne volte nell’arco della giornata. E in più,  facendo un’attenta analisi dei primi regali ricevuti si può decidere se ‘sta storia può continuare o se è meglio scappare a gambe levate, prima che sia troppo tardi.

Se il regalo è un elegante pacchetto che contiene un eloquente completino di Victoria’s secret, beh, magari ci sarà da divertirsi. Se ricevi un cellulare ultra figo, con annessa scheda telefonica prepagata con opzione solo telefonate tu/lui lui/te, forse è meglio telare prima di trovarsi in una gabbia, tu e il telefonino maledetto. Apprezzati potrebbero essere vari capi d’abbigliamento, se il tipo in questione terrà conto dei gusti della fidanzata e non dei propri: la nostalgica fricchettona da scarpe basse e stile ricercatamente trasandato potrebbe avere un coccolone di fronte ad una camicetta bon ton, o,  citazione non a caso, potrebbe essere colta da tremenda orticaria ricevendo un cappotto di montone, modello astrakan, stile zar di tutte le russie, per sottolineare quanto la fanciulla si stia trasformando in una “signora”.

Se ti regala una pentola, poi,  sono veramente guai. Anche il ferro da stiro, o l’aspirapolvere. La macchina per il caffè. Intanto, mioddio, che fantasia. E poi che tristezza. Apri ‘sto pacco, che, anche incartato, già capivi dal manico che non sarebbe stata una sorpresa, ma speri di sbagliarti, in fondo la speranza è l’ultima a morire, non è mica così cretino, no, non può essere. Sì, cazzo, una padella. Lo senti il campanello? Due bip lunghi lunghi? Una bomba che scoppia? Ok, non ignorare il segnale. Scappa. Lon-ta-no. Il prossimo compleanno  chissà se scarterai il regalo di qualche fidanzato, ma certamente non di questo. Sicuro.

Io amo regalare libri. Intanto mi perdo nella ricerca, perché mi fermo a leggere quarte di copertina e  incipit, vagando tra gli scaffali. Li comprerei per me, e di solito finisce così: almeno un paio di libri mi corrono dietro. Li impacchetto da me, uso carta di giornale o carta da pacchi, e il fiocco è sempre di spago. Non scrivo auguri sulle prime pagine, perché detesto vedere libri scritti qua e là, commenti e quant’altro a margine.

E amo ricevere libri. Non me ne frega niente della sorpresa, che la forma di un libro è evidente in qualunque incarto, ma aprire quei pacchetti è sempre un’emozione che arriva alla pancia. Anche se qualche volta non ci azzeccano  con le mie letture preferite, devo ammetterlo, però anche una lettura diversa dal solito non mi provoca strane malattie, bolle sulla pelle, difficoltà di digestione.  Per cui, su un uomo che mi regala un libro qualche pensiero ce lo posso anche fare.

Giusto per puntualizzare: tra i vari regali citati, qualcuno l’ho ricevuto. Non dirò quale neanche sotto tortura, dirò solo: ahimè.