scritture di assestamento.

La mia ammica ristoratrice mi ha dato un consiglio: fai la contabilità. Che detto così fa abbastanza ribrezzo, considerando che non la sapevo fare quando avrei potuto e dovuto, e che già all’alba degli anni ottanta, quando io e quella roba lì ci siamo incontrate, non avevamo un rapporto di reciproca gradevolezza. Cioè mi faceva proprio cagare. Che poi mica son ragioniera: perito aziendale, gran differenza ovviamente. Differenza che veniva, sempre in quei festosi anni, sottolineata tra un’ala e l’altra dell’ormai scomparso – in senso strettissimo, essendo rimasto un buco al posto suo – istituto di quattro piani che ospitava futuri periti aziendali, appunto, e futuri ragionieri; i ragionieri erano scemi, inutili, per nulla divertenti, ovviamente anonimi, mentre noi periti eravamo fighi e intelligenti e ovviamente fricchettoni. Però i ragionieri la contabilità la studiavano meglio, mentre noi la partita doppia la si affrontava -graziealcielo- solo in terza, facendo così in tempo a dimenticarla del tutto entro la fine della quinta,  e quando il primo datore di lavoro ti schiaffava davanti al naso un registro  tu  chiedevi: ma è una roba che si mangia? Epoca incredibile di registrazioni di carta, mica di tasti di pc.

E così abbiamo sottolineato che stiamo parlando del pleistocene.

Comunque la contabilità suggerita dalla succitata non si riferiva certo a quella. Mi invitava a chiudere formalmente un anno in questo momento, facendo la partita doppia di una serie di robe, di sistemare valori numerari e componenti negativi e positivi nei giusti posti, fare qualche calcolo delle passività residue, vedere se ci sono plusvalenze, analizzare il piano economico e fare un bel bilancio.

E poi qualche ora più tardi leggo il CV più incredibile, divertente, intelligente che qualcuno possa scrivere. Scritto da una delle persone più divertenti e intelligenti e incredibili che mi sia capitato d’incontrare negli ultimi, diciamo dieci anni. È un CV speciale, come la persona che l’ha redatto, uno di quei CV che nessuno avrebbe mai il coraggio di produrre davvero. Ma chissà, lei sì? Non mi stupirebbe detto tra noi, ma temo che l’incapacità degli esseri umani di vedere al dì là del proprio naso non le renderebbe giustizia, e un vero Potenziale Datore Di Lavoro (bypasso l’acronimo da brivido) non  apprezzerebbe come dovrebbe. È un CV, ma è anche un bilancio di competenze, che mi si piazza davanti al naso proprio subito  dopo il suggerimento dell’ammica.

Vorrei avere quell’ironia lì per poter fare il mio bilancio, e mettere a fuoco un po’ di robe positive, ma non ne sono capace in questo momento. Per cui, non avendo requisiti per poter mettere giù uno stato patrimoniale simpatico e divertente, avendo poca dimestichezza con i numeri,  non avendo nessuna voglia di ragionare per far quadrare conti che non tornano, avendo un’infinità di incognite, non sapendo dove trovare i numeri giusti da mettere in fila, che poi di numeri non si tratta, ed essendo stata una schiappa in codesta materia che fortunatamente  ho anche messo poco in pratica nella mia vita professionale, beh, lascio perdere.

Mi spiace, a bilancio intanto posso mettere che certe cose al pc non le so fare, tipo un collegamento ipertestuale per rimandare al CV della fantastica. Che vale la pena leggere, parola per parola, sorriso dopo sorriso. E fanculo ai bilanci.

Ma posso imparare. Questo posso inserirlo nel bilancio preventivo?

balliamo.

Sì, balliamo. È un flash mob, niente di nuovo, ma nuovissimo per la nostra città, in cui tutto  sembra essere tristemente e inesorabilmente immobile.  Per dire delle cose, non per ballare. Per dirle tutte insieme, giovani e meno giovani: abbiamo creato un bel gruppo, eterogeneo nelle età, ma animato da  uno spirito positivo, che è lo stesso per tutte.  Abbiamo cercato di trasmettere che non si tratta solo di uno spettacolo di quattro minuti fatto su una piazza, ma che ogni nostro gesto sottolinea le parole della canzone su cui  balliamo. Certo, abbiamo la consapevolezza che ballare non basta, ma è importante continuare a far girare il messaggio, continuare a parlarne,  per trasmettere alle donne in difficoltà che c’è un mondo diverso oltre quello che si conosce, che al di là delle mura in cui vive una donna violata c’è altro, e quell’altro è pronto ad accoglierle.

L’occasione è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e l’argomento è talmente forte, talmente sulle bocche di tutti, talmente presente nei nostri notiziari quotidiani, che non occorre ricamarci sopra parole o considerazioni. Non che non servano, però per me è stato spunto di riflessioni più piccole, forse, ma su aspetti ben più diffusi che purtroppo subiamo da sempre e continuiamo a subire, e in modo anche drammaticamente consapevole, senza riuscire a liberarcene.

Parliamo delle donne, ma gli uomini dove sono? Siamo state vittime di tutti i cambiamenti, nel bene e nel male, che i maschi hanno stabilito in secoli di storia fatta per lo più da loro, con rari casi di donne emergenti a spot. Siamo nell’epoca delle quote rosa, concetto obbligatoriamente applicato a suon di percentuale, regola prestabilita, che mette a posto le coscienze. Per ottenere delle cose bisogna forzarle, bisogna spingere e tirare, mentre tutto dovrebbe avvenire più semplicemente: non dovrebbe essere creata una regola per uscire da una certa  situazione, ma evidentemente i tempi non sono ancora maturi per questo. Spero di vedere, in un futuro non troppo lontano, sparire la regola delle quote rosa, e vedere una partecipazione femminile con percentuale maggiore di quella degli uomini. Non perché siamo rosa. Perché siamo brave.  Vorrei che non esistesse il ministero delle pari opportunità, vorrei non ce ne fosse bisogno. Eppure negli ultimi giorni leggo una notizia che fa rabbrividire: ancora è praticato il licenziamento durante la gravidanza. In un momento in cui è tanto difficile lavorare per chiunque, giovani e anziani, esperti o alle prime armi, preparati dagli studi o da corsi professionali, quelle che patiscono ancora, sempre, senza tregua, più degli altri sono le donne. Abbiamo purtroppo ancora bisogno di istituzioni a tutela delle donne, perché anche se molti cambiamenti sono finalmente evidenti, molti altri sono cementati nelle nostre storie millenarie, e i mutamenti hanno bisogno di pazienza, di infinita pazienza, di parole, di dibattiti, di letture, e anche di ballare.   Bisogna spezzare le catene arrugginite, che le stesse donne tendono purtroppo a tenere ben salde.

Le cose cambiano se cambiano le consapevolezze. Siamo noi donne a doverci pensare diverse. Dovremmo sentirci individui unici, magnifici, meravigliosi, consapevoli di quanta bellezza c’è nell’essere donna, di quanto abbiamo da dire, da fare, da insegnare, da fare ascoltare. Dovremmo poter inondare il mondo della nostra introspezione, della nostra pancia, dei nostri occhi. Delle nostre parole, della nostra sensibilità, della dolcezza di cui siamo capaci. Delle nostre capacità, delle nostre menti libere, e delle nostre braccia forti. Del nostro mondo di luci ed ombre, di spigoli smussati e di cerchi che non si chiudono mai.

Ma prima di noi dovrebbero cambiare gli uomini. Quegli esseri indispensabili che amiamo prima di amare noi stesse, e per i quali costruiamo il mondo intorno al focolare domestico, che non è più il nostro, ma pensiamo lo sia.  Quelli che dalle donne si aspettano sempre comprensione a prescindere, ma che spesso non sono disposti a capire le ragioni di una donna, quasi  fosse un soggetto privo di pensiero. Quelli, che siccome lavorano, loro, arrivano a casa la sera sparpagliando parte della loro vita in giro per casa, incuranti di quello è stato il lavoro domestico, oltre a quello fuori casa della loro compagna.  Non occorre arrivare a massacrare  di botte una donna, romperle coste a suon di calci,  spappolarle la milza, e arrivare ad ammazzarla per riconoscere la mancanza di rispetto. Una mancanza di rispetto radicata profondamente, fortemente attaccata a qualche piolo della scaletta del dna degli uomini.

Il rispetto comincia dalle piccole cose. Incomincia dall’attenzione, dal riconoscere la donna come individuo unico, non come un’appendice della famiglia, un accessorio, l’incubatrice per i figli, la protettrice della vita degli altri. Incomincia dall’ascolto, pratica difficilissima per tutti, sempre pronti a parlare, ma mai a fermarci a sentire la voce dell’altro. Fino a qualche decennio fa le donne che restavano da sole godevano della simpatica definizione di zitella, cosa che immagino non piacesse alle stesse protagoniste. In una società formata dalla famiglia in senso tradizionale non poteva essere considerata normale una scelta, se di scelta si trattava, di questo tipo. Adesso siamo single. Per scelta o per caso, di ritorno, o perché che ne so, ma essere single non è più una sofferenza: spesso è l’unico modo in cui una donna sente davvero il valore della sua unicità. Ci sono donne che non possono pensarsi da sole, in una quotidianità priva di elementi classici: figli e marito, per intenderci. E non ci trovo niente di male, comprendo assolutamente questo pensiero.  Ma all’interno della coppia va rispettato l’individuo, il singolo: l’uomo, la donna, i figli. Senza distinzioni. Senza il rispetto dell’altro non c’è crescita, qualunque sia il progetto di vita, che sia di condivisione della quotidianità o senza il bisogno di formalizzare la propria vita in canoni apparentemente normali.

Nelle relazioni sono gli uomini a dover cambiare. E come al solito siamo noi donne a doverli accompagnare verso il cambiamento, prenderli per mano, e spiegare loro  che le donne non sono proprietà di nessuno, non sono appendici di mariti e compagni, non sono mosche noiose da allontanare quando non servono più nell’indifferenza delle parole non dette, non sono incubatrici e cuoche e serve. Sono questi gli atteggiamenti mentali, ancora troppo diffusi, da modificare, alla base di ogni rapporto, d’amore o di lavoro. Sono gli uomini a dover imparare queste cose, e siamo noi donne a dover insegnare loro tutto questo. Anche ballando.