auguri.

Visto che queste sono giornate di auguri, gli auguri me li faccio da  sola. Perché basta fare sempre gli auguri agli altri, dovremmo tutti concentrare le nostre energie per rivolgere gli auguri più sinceri a noi stessi, un po’ di sano individualismo non fa per niente male. Anche perché noi sappiamo esattamente cosa augurarci, e questa parola non resta solo una parola generica, auguri, auguri, auguri. Ma auguri de che? Invece sfodero il più esagerato egocentrismo, mi metto sopra la sedia come dovessi recitare la poesia di natale ai nonni , me la canto e me la suono.  E mi auguro.

Mi auguro di dormire di più, che son mesi che dormo veramente da schifo: spalanco gli occhi e mi si presenta un pensiero, ed ecco là, gira che ti rigira per un tempo incontabile.

Mi auguro di leggere molti libri: questo è semplice, continuo per una strada conosciuta. Solo che magari devo cambiare occhiali, che il libro lo devo sempre spostare un po’ più in là.

Mi auguro di andare molto al cinema, abitudine mancante ultimamente, abitudine assolutamente immancabile.

Mi auguro di vedere la primavera, l’anno prossimo, visto che le ultime primavere son state abbastanza uno schifo, cosa che non ha niente a che vedere col clima. Una nata a marzo della primavera ha bisogno, assoluto e totale, e non ho più nessuna voglia di farmela scippare. Quindi.

Mi auguro che la mia seicento non faccia scherzi: ho estremo bisogno di lei, e so che anche lei avrebbe qualche bisogno, ma ti prego, ciccia, tieni duro.

Mi auguro che mio figlio continui felicemente per la strada che ha intrapreso nel mondo del lavoro: mi piace troppo avere tremila creme e cremine, shampoo ,  gel, maschere e  colori. Una crema mani, per favore, ogni tanto.  Quella non arriva mai.

Mi auguro che la mia gatta Amelie continui a rendere il mio mondo favoloso.

Mi auguro che il mio gatto Diego continui ad essere il gatto scemo che è: ha tre anni, e pensa di avere tre mesi. Beato lui.

Mi auguro di avere più tempo per usare i colori: su carta, legno, cartone, un  buco sulle pareti di casa lo trovo ancora per qualche nuovo quadro, per questa roba da vanitosa totale quale sono. E magari anche qualche colore per le pareti, davvero, che di una rinfrescata avrebbero bisogno. Arancione.

Mi auguro che la mia oncologa continui a dire  che va sempre  tutto bene.

Mi auguro qualche viaggio, col mio piccolo trolley con le tre cose indispensabili, e, siccome mi sono elettronicamente migliorata, accompagnata dal tablet, la quarta, che mi consentirà di portarmi appresso i libri che voglio, alla faccia di ryan air.

Mi auguro di trascorrere tanto tempo con i miei amici, quelli folli e quelli seri, di mangiare e bere e parlare di tutto,  di sparare minchiate e fare discorsi impegnati. Perché siamo scemi, sì, ma siamo anche persone mooolto serie.

Mi auguro di essere anche un po’ egoista, qua e là, mica sempre,  e riuscire a mettermi  un po’ più in alto nella mia scala dei valori, cosa che spesso dimentico.  Sempre che non si spacchi il piolo, col culo che ho.

Per tutto il resto ci son gli auguri degli altri.  E buon anno sia.

Annunci

ciao.

Mi guarda dall’alto in basso, dall’altissimo direi. Negli ultimi mesi non avevo più avuto occasione di servirlo: quando incominciano a fare le superiori pare non abbiano più bisogno di quaderni e penne, manco scrivessero col sangue direttamente sul banco. Ordinano giusto i libri scolastici introvabili nell’usato, e mandano i genitori a compiere tale complicatissima e faticosa azione, affidando loro un francobollo di carta  con su scritto titolo, autore, casa editrice e codice isbn, composto da 13 cifre: il tutto concentrato in 9 cm quadrati di carta. Mi son fatta l’idea che debba essere estremamente poco virile andare in cartoleria, che non appena il testosterone dice la sua non li si vede più. Anyway, stavolta evidentemente ha deciso che si occupava di persona personalmente di questa commissione, e dopo mesi, appunto, entra un mio clientino storico, che clientino non è più. Altoalto&seccosecco, fatto tipo a manico di scopa; a manico di scopa era anche prima, una scopetta direi, ma adesso. Io  non sono esattamente una vatussa, per cui il suo circa metro e ottanta mi sembra già abbastanza. Chiede quel che gli serve con una voce maschia, ma fino ad un certo punto, diciamo che c’è ancora qualcosa in evoluzione, e, sorpresa delle sorprese mi dà del lei. L’educato lei, quello che è normale, ma che mi stupisce un po’, visto che il giovine in questione mai e poi mai mi aveva detto per favore mi dà, quanto le devo, buonasera. Sono stupita. Ed è strano stupirsi, perché dare del lei è normale, giusto, educato. Ad un certo punto bisogna impararlo, passare dal ciao maestra al buongiorno prof. Prof, eh, proprio prof, non puntato, televisione insegna.  È che i miei bambini li ho visti proprio crescere. Questi poi, che abitano in zona, sono svegli e simpatici, girano da soli, e la cartoleria è uno dei posti che frequentano anche in autonomia, dove sono protagonisti, perché si parla di loro, si lavora con loro. Mi fanno impazzire perché chiedono il regalo da fare all’amica, all’amico, alle maestre, alle mamme (poco ai papà), e arrivano con un eurino, magari due, e bisogna star dentro alla cifra ma essere anche soddisfatti. Insomma, per due euro io son capace di impegnare mezz’ora del mio tempo, girare per tutti gli scaffali, tirare fuori venti cose,  e fare anche il pacchettino regalo, perché un dono vuole la sua soddisfazione, e il mio clientino pure. E quando se ne va mi dice ciao, ma solo se sta intorno al metro e mezzo.

Invece questo. Resto stupita, e mentre esce incrocia con lo sguardo la mia sorella socia, e le stacca un bel ciao.

Lei, ovviamente, non manca di sottolineare: eh eh, a me ha detto ciao: si è accorto che sei più vecchia.

Stronza.

sei la mia maglia di lana.

 

  Morbida, fatta a mano, un po’ troppo grande, avvolgente. Non pungi sulla pelle, la proteggi, e duri da tanto, tanto tempo. Un tempo fatto di parole, nelle notti lontane sdraiati sulla moquette verde di uffici ignari che non esistono più, davanti a decine e decine di birre in locali inenarrabili che non esistono più, tra le mura di un edificio scolastico che non esiste più. Cespuglio di capelli corvini, segreti rispettati, e segreti rivelati.

Quasi nulla è rimasto quello che era. Ma noi.

Una distanza di milletrecento km, e di un’ora e tre quarti di tempo, parole elettroniche scambiate quotidianamente, per riempire i buchi che la distanza impone. La pianta che annaffio, le mele dell’albero, la pasta con le sarde e il nero d’avola. Gli addobbi di natale, le scofanate di sushi e le serate a teatro. Le risate infinite e i cori con Simon e Garfunkel. Le spiagge immense della bassa marea, il materasso da gonfiare e il materasso che si sgonfia. Un brindisi con un’amica gatta, il gatto stronzo che ama le tue fragole. La poesia di Fernando Pessoa.

Lasciami questo momento disgustosamente mieloso, porta pazienza. Mi sto solo prenotando per altri trent’anni di parole. In ospizio forse. Se ci impegniamo arriviamo agli ottanta.

a me piace quello dei teli bianchi.

C’era una volta una città infestata dai ratti. Grossi, brutti, sfrecciavano a destra e a manca passando tra le gambe di bambini e adulti, infilandosi nelle case, nascondendosi sotto ai letti, occupando cantine e solai, arrampicandosi su tende, entrando in frigoriferi, svuotando dispense, mordendo libri, lasciando escrementi tra le lenzuola. Gli abitanti non ne potevano proprio più. Andavano ogni giorno a protestare dal sindaco, chiedendo a gran voce che si trovasse una soluzione. Ma anche il sindaco non sapeva che pesci pigliare.  Un bel giorno arrivò un pifferaio proponendo una soluzione, promettendo di liberare finalmente la città, una volta per tutte, e per sempre, dagli ospiti indesiderati. Venne quindi assoldato per disinfestare la città, oramai allo stremo delle forze. Gli venne promessa una somma interessante per liberare la città dalla piaga dei ratti e il pifferaio accettò. Suonando il suo magico piffero incantò i topi, che sbucarono curiosi da ogni anfratto. Centinaia e centinaia di grossi ratti lo seguirono tutti insieme, compatti, ammaliati da questo personaggio e dal suono affascinante del suo strumento. Lo seguirono per le strade della città, e continuarono a seguirlo fino alle sponde del fiume, dove il pifferaio entrò, immergendosi nelle fredde acque senza mai smettere di suonare. I ratti entrarono ignari nel fiume, senza rendersi conto di quale sarebbe stata la loro sorte, soggiogati totalmente dalle note che il piffero disperdeva intorno a loro, e annegarono tutti. La città era finalmente libera. Libera di vivere una vita normale, i bambini a giocare per strada e gli adulti a fare shopping, andare al cinema, a teatro e a passeggiare  sui prati.  Il pifferaio presentò quindi il conto per i suoi servigi, non ci è dato di sapere se emise regolare fattura oppure no, ma il sindaco si rifiutò di pagare la parcella. Il pifferaio imbracciò di nuovo il suo magico piffero, e incominciò a suonare una melodia, bella, bellissima, incantevole, questa volta ammaliando i bambini, che sbucarono fuori da ogni casa e ogni cortile, dimenticando la tivù accesa sul loro cartone animato preferito e il libro di scuola aperto, e lo seguirono, felici, stregati dalle note del piffero, lo seguirono fino ad arrivare ad  una caverna dove il pifferaio li imprigionò, vendetta delle vendette.

Non si sa come finì la fiaba. Qualche versione dice che i bambini morirono tutti, perché nessuno riuscì a liberarli. Un’altra versione però racconta di un bambino che rimase indietro, forse qualche giorno prima era caduto dalla bicicletta e aveva male ad un ginocchio, chissà, e riuscì a far liberare i compagni di gioco.

Anche del pifferaio non si sa nulla. Non si sa da dove arrivasse: forse faceva il comico, prima, il comico incazzato. E non si sa dove sia andato dopo. Forse si è allontanato su una jaguar, pronto ad organizzare il prossimo assolo per piffero. Chissà chi incanterà.

Eppure tutti seguiamo un pifferaio. A me piace il pifferaio che mi lascia pensare, e scegliere con la mia testa. Che mi permette di dire la mia, di dissentire o di essere d’accordo, che non mi obbliga alle scelte di massa, che non mi fa il lavaggio del cervello con slogan fatti di parole inutili, che propone e ascolta, che non manovra e non intimidisce.

A me piace quello dei teli bianchi.