sei la mia maglia di lana.

 

  Morbida, fatta a mano, un po’ troppo grande, avvolgente. Non pungi sulla pelle, la proteggi, e duri da tanto, tanto tempo. Un tempo fatto di parole, nelle notti lontane sdraiati sulla moquette verde di uffici ignari che non esistono più, davanti a decine e decine di birre in locali inenarrabili che non esistono più, tra le mura di un edificio scolastico che non esiste più. Cespuglio di capelli corvini, segreti rispettati, e segreti rivelati.

Quasi nulla è rimasto quello che era. Ma noi.

Una distanza di milletrecento km, e di un’ora e tre quarti di tempo, parole elettroniche scambiate quotidianamente, per riempire i buchi che la distanza impone. La pianta che annaffio, le mele dell’albero, la pasta con le sarde e il nero d’avola. Gli addobbi di natale, le scofanate di sushi e le serate a teatro. Le risate infinite e i cori con Simon e Garfunkel. Le spiagge immense della bassa marea, il materasso da gonfiare e il materasso che si sgonfia. Un brindisi con un’amica gatta, il gatto stronzo che ama le tue fragole. La poesia di Fernando Pessoa.

Lasciami questo momento disgustosamente mieloso, porta pazienza. Mi sto solo prenotando per altri trent’anni di parole. In ospizio forse. Se ci impegniamo arriviamo agli ottanta.

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