forza.

Sto leggendo tanto, tantissimo, in questo periodo, in modo compulsivo, ad ore impossibili, in momenti improbabili. Ho fatto il pieno di libri sulle donne, scritti da donne in epoche diverse, in paesi diversi, su donne diverse. Leggo blog di donne, e quando giri sui blog vivi la stessa esperienza che ti passa youtube: non puoi smettere. Da un blog all’altro, dall’altro a quell’altro, e così via, di blog in blog, e poi fuori dal pc di libro in libro. Sempre la mia ricerca complice di tutto ciò, ma anche e soprattutto c’è che mi appassiona. Mi appassiona il caleidoscopio che ne emerge, le fragilità e le durezze, le incertezze e le sicurezze, le tinte forti e le tinte sbiadite, le frustrazioni e la voglia di andare avanti, le speranze, la determinazione, i momenti cupi, i sogni.

C’è Simona di Marcela Serrano, arrabbiata e schietta, sessantenne. Dice che brutta parola è diventata adesso femminismo: demonizzata, utilizzata in modo improprio, abusata, inflazionata. Invece si tratta di un concetto così basilare: aspirare ad una vita più umana, nella quale ogni donna abbia gli stessi spazi e i diritti di un uomo. Il ginecologo le dice è tutto a posto, ha le ovaie un po’ atrofizzate, ma non si deve preoccupare, alla sua età è normale. E lei pensa: alla mia età si può essere perfetta e insieme atrofizzata, cazzo. Simona, che non ha mai detto ad Octavio quanto amore provasse per lui, perchè lei stessa ne è spaventata. L’amore non si dice. È troppo sdolcinato, rosa, un po’ disgustoso. Niente è più banale di una frase d’amore, niente è più inconsistente.

Ci sono le studentesse di Azar Nafisi, nei pomeriggi di Teheran, nel 1995. Quelle delle foto. Nella prima foto sette donne su sfondo bianco. In conformità alle leggi del loro paese indossano ampie vesti nere e veli, neri anch’essi, legati stretti intorno alla testa, che lasciano scoperti il volto e le mani. La seconda foto ritrae lo stesso gruppo di di donne, nella stessa posizione, contro la stessa parete bianca. Stavolta, però, senza quei drappi scuri. Sprazzi di colore le distinguono l’una dall’altra. Ognuna è diversa per il colore e lo stile degli abiti, per il colore e la lunghezza dei capelli; nemmeno le due che portano ancora il velo si confondono più.

C’è Franca Valeri, signorina negli anni trenta, quando la giovinetta respirava in tutto il suo quotidiano il timore del peccato. Mancavano alla liberalizzazione due elementi fondamentali per l’evoluzione a venire: il divorzio e la televisione.

C’è Rosa, di Lucìa Etxebarrìa, manager razionale, che riflette duro: si potrebbe dire che ogni anno compiuto va ad aggiungere una nuova pennellata a quello che sarà il tuo ritratto definitivo. Ma si potrebbe anche dire che ogni anno compiuto getta un’ulteriore palata di terra sulla tomba della tua gioventù. Avere un anno in più significa accumulare maggior esperienza e pertanto, si suol dire, essere più saggi e sereni. Ma ogni compleanno è un promemoria puntuale per la tua coscienza: neanche quest’anno hai fatto qualcosa con la tua vita. Un mese fa ho compiuto trent’anni. Ho sprecato esattamente un terzo della mia vita.

C’è Eve Ensler, che regala la parola ad una parola insabbiata, che apre alla presa di coscienza, in modo divertente e fantasioso. Ciò che non diciamo diventa un segreto, e i segreti spesso creano vergogna, paura e miti. Si può dire: vagina. E quanto più le donne pronunciano la parola vagina, minore è l’effetto che fa; diventa parte del nostro linguaggio, parte della nostra vita. La nostra vagina diventa integrata, rispettata, sacra. Diventa parte del nostro corpo, collegata alla nostra mente, e carburante per il nostro spirito. La vergogna se ne va e la violenza cessa, perchè la vagina è qualcosa di visibile e di reale, ed è associata a donne potenti e sagge che parlano di vagina.

E oggi in un blog, mi appare la figura della matrioska, questa bambolina un po’ tonda, morbida e liscia, dalle tinte vivaci, occhioni grandi e ciglia lunghissime, col capo coperto e il vestito a fiori, che contiene una bambola, che contiene una bambola, che contiene una bambola. Ecco. È esattamente la matrioska quello che siamo. Siamo contenitori di idee e di pensieri, di forza ed elettricità, di potenza e gentilezza. L’introspezione che ci contraddistingue ci costringe alle continue domande senza risposte che accompagnano le nostre giornate, faticose, divise e moltiplicate, a guardare quello che siamo e quel che siamo state e a pensare a come saremo. Sole, accompagnate, con figli, senza figli. Siamo capaci di fare tutto da sole, ma siamo anche capaci di domandare aiuto. Anche se quando tutto va in frantumi non è facile domandare aiuto.

Ancora Simona: gli uomini si sentono molto virili perché superano i problemi da soli. Da soli significa senza medicine né terapie. Da dove viene questa solenne idiozia?

Le donne sanno chiedere aiuto, e sanno ascoltare le proprie emozioni. Non è inutile guardare dentro di noi, non è umiliante aver bisogno di una mano, né chiederla. Siamo capaci di guardare le bambole che abbiamo dentro, con emozione e rispetto.

Questa è la nostra forza più grande.

grazie a  http://tiasmo.wordpress.com/2014/02/28/labbraccio/

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andiamo in cartolària!

Vorrei fatto un pacchetto regalo. (ma anche: vorrei fatta una fotocopia)

Vorrei la scandalizzazione della carta d’identità.

Ce l’hai la carta crespa che butta colore?

Mi serve un compasso a balaustra.

Vorrei delle squadrette con i triangoli normali.

Sto cercando le medagliette che si attaccano al frigo.

Mi serve un righello per quadretti piccoli.

Vorrei dei  quaderni per la lettura.

La matita sanguinolenta, anche già chiamata matita sanguisuga;

il porta destino, nome romantico per il porta listino da 40 pagine;

la penna con l’inchiostro felice;

l’imbianchino;

la colla fritt;

colori di fantasia: Rosso magmat, blu cimino;

i rigoli: piccoli parallelepipedi di plastica colorata, di varie altezze, da pucciare nel latte;

la plastichina didol.

Vendete i laser? No. Come no??? (sono obbligatori?)

Posso abbracciarti? (clientina tenera tenera, che mi vuol bene…)

Mi serve una penna nera. Quale preferisce? Mah, non so, mi serve per scrivere.

.

Devo fare un fax per la prenotazione di un esame. (segue elenco malattie. ndr)
Va bene. scriviamo anche il suo numero di telefono perchè possano contattarla?
Si, anche se hanno già tutto, sono tanto gentili, mi telefonano loro, vado sempre lì. Ok.

Mi dice il numero al quale dobbiamo inviare?
… Oh, non lo so…
(e chiediamo a google, cazzo, lo sa lui. ndr)
Ecco, questo è il fax, questo è il report.
Grazie. ma secondo te mi richiamano? io non so, è la prima volta che lo faccio.

il ratto pen.
peccato, non è mia. mi è stata solo riferita.

Immagine