Frau Emme.

Ho un sogno ricorrente. Che poi per ricorrente si intende che si ripresenta frequentemente, qualche volta anche troppo. Ebbene, il mio sogno è troppo ricorrente. Nel senso che qualche giorno fa  ho sognato una persona ben per la terza volta negli ultimi trent’anni o giù di lì. Troppo, troppo ricorrente, essendo la persona in questione la mia insegnante di tedesco, Frau Emme.

Una specie di incubo, come era già a quel tempo, una roba da orticarie e scagozzi  e annodamenti di stomaco, sempre, cinque anni di patimenti e di sfilze di quattro. Collezionavo un chilometro di voti, visto che praticamente interrogava ogni giorno. Così non si stava mai tranquilli: mi ha interrogata ieri, mi son presa il mio votaccio come da manuale, oggi mi lascerà in pace, vero? Macchè. Oggi chiama di nuovo, tre domande, un esercizio: quattro.  Che tipa. Cappottino sempre in tinta con gli accessori: rosso e nero il paltò, rosso e nero l’ombrello; marrone l’ombrello, marrone il paltò; azzurro l’abitino, azzurra la borsa; verde la borsa, verde l’abitino. Quanti ombrelli e borse possedeva Frau Emme? E quanti fazzolettini ricamati? Elegantissima sempre, assurda per noi fricchettoni privi di qualunque senso del buon gusto. Uno shock fin dalla seconda volta in cui la vedemmo: auf Seite 7, lesen Sie bitte…eeehhhh? . Leggo??? E che cavolo leggo, io il tedesco non lo so ancora, mia cara Frau Emme, se lo ricorda che questa è solo la seconda ora che trascorriamo insieme? No, non lo ricordava, quindi giù di BRD und DDR, che allora la Germania era ancora suddivisa. Gentile, eh, Frau Emme, giusto quel tantino melliflua,  l’unica insegnante a darci del lei dalla prima, con i nostri 14 anni che lo trovavano incredibile e disagevole. Non alzava mai il tono di  voce, tanto aveva il registro dalla sua parte, poteva fingere simpatia e carineria come le pareva. Direi che non l’ho mai vista fingere simpatia, però, e forse non l’ha neanche mai provata davvero. Le invidiavo l’auto, questo sì, una bellissima 2 cavalli, come quella di George, il professore d’inglese, che invece era un figo spaziale. Il tedesco non l’ho imparato. Alla fine dell’anno sistemavo la media, raggiungevo il fatidico sei, mettevo un paio di cerotti sul mio tallonedachille, e sopravvivevo.

Comunque l’ho sognata. Aveva i capelli bianchi e non mi ricordo assolutamente una cippalippa del sogno, però mi son svegliata con l’ansia. Eccheccazzo, Frau Emme, incubo dei miei anni migliori, piantala lì di disturbarmi adesso, bitte.

Negli anni ottanta ci sembrava una vecchia, che poi forse era decisamente più giovane di quanto non sia io adesso. Quindi, tirando le fila delle minchiate scritte oggi,  dovute al momento indaffaratissimo che sta allegramente trascorrendo in questa pittoresca e reale città, ce la vogliamo buttare lì una riflessione?

I nati all’inizio di questo millennio ci vedono incartapecoriti e grigi, tristi e tremolanti, e non sanno quanto si sbagliano, eccome se si sbagliano. Siamo invece briosi ed elastici, interessanti ed esuberanti, effervescenti e pieni di vita. Ecco, per questo lavoreremo fino a 70 anni.

 

Però non dimenticherò mai Die Lorelei:

Ich weiß nicht, was soll es bedeuten
daß ich so traurig bin
Ein Märchen aus alten Zeiten
das kommt mir nicht aus dem Sinn…      

und so weiter.

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incipit: il giorno seguente non morì nessuno.

Chi ben comincia è a metà dell’opera. Certo che se sei Dante e ti viene da scrivere qualcosa nelle sere d’inverno, mentre la fiamma della candela vibra della sua luce giallina, e butti lì un nel mezzo del cammin di nostra vita, beh, allora possiamo parlarne. Anche senza poi scomodare gente da così lontano nel tempo, esempi se ne possono trovare anche negli ultimi, diciamo 150 anni. Tipo tutte quelle robe manzoniane dagli inizi indimenticabili, ei fu siccome immobile di qua, sparsa le trecce morbide di là. Per quanto riguarda il ramo del lago di Como, di carta deve averne buttata via parecchia prima di decidere quale fosse il miglior incominciamento, e di questo abbiamo le prove. Però, evidentemente, ad un certo punto deve aver detto eccolo qua, questo è preciso preciso quello che tutti gli studenti sogneranno di notte, quello che mai più scorderanno.

Quando mi infogno nei meandri delle librerie scorro dita su dorsi, sfilo leggero, guardo la copertina, butto un vago occhio sulla quarta, ma soprattutto leggo l’incipit, o meglio una bella paginetta, e anche oltre. Qualche volta devo darmi un contegno, ché altrimenti vado avanti e mi trovo a pagina trenta come niente, seduta per terra, come anche succedeva al mio coinquilino già quando era ragazzetto imberbe, ma già degno figlio della sua mamma. Cioè, ad un certo punto me lo perdevo: lo ritrovavo dopo mezz’ora a gambe incrociate a mordere unghie col libro a metà. Magari comprarlo, va, che mica è una biblioteca questa.

Di incipit grandiosi, di quelli che ti fan sentire un brivido che parte giusto dalle cervicali e finisce al coccige, così per essere raffinata nell’espressione, ne ho incontrati a carriole. Innamoramento a prima vista, colpo di fulmine, chiamiamolo come ci pare, è così

Tipo:

Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna.

Ultimo si chiamava così perché era stato il primo figlio.

Arriviamo alla Grande Città. Abbiamo viaggiato tutta la notte. Nostra Madre ha gli occhi arrossati. Porta una grossa scatola di cartone, e noi due una piccola valigia a testa con i nostri vestiti, più il grosso dizionario di nostro Padre, che ci passiamo quando abbiamo le braccia stanche.

E dando ragione a chi me l’ha suggerito: Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.

In questa lunga giornata di tranquillità ho affrontato una lettura impegnativa, un libro che pochissimi hanno letto e leggeranno, o chissà cosa accadrà. Non riporto l’incipit, ma anche di questo potrò conservarne il ricordo. La lettura era tosta, emotivamente faticosa, e non posso negare di averla intrapresa con una certa inquietudine. Non sapevo cosa ci avrei trovato in quelle pagine, e forse ancora devo macinare delle cose. Però mi è venuta spontanea tutta questa roba sugli incipit, dei libri sì, ma perché no anche dei film, che due scene e si può decidere se sarà una schifezza oppure bellissimo o così così, e, giusto perché sono contorta e distorta, anche sulle situazioni in generale della vita. L’incipit di un’amicizia, l’incipit di un rapporto di lavoro, l’incipit di un viaggio, l’incipit di una storia con una persona. È che non sempre le prime venti, trenta righe in queste situazioni ti fanno capire bene. Con tutta l’attenzione che possiamo porre, cercando di intuire i panorami che potrano aprirsi, gli sviluppi futuri e quant’altro, magari quel lavoro lì sarà una tragedia, o sarà il lavoro della nostra vita; quell’amica tanto simpatica e dolce con cui ci si trova tanto bene forse si perderà; oppure un viaggio incominciato di merda perchè arrivi in aeroporto e ti accorgi di essere senza carta d’identità, smadonnando prendi l’aereo successivo dopo aver ritrovato il documento al fondo della borsa, e poi arrivi a destinazione, dove tutto va meravigliosamente bene e l’unica merda è dover tornare a casa.

Poi con gli uomini, peggio che mai. Non c’è ragionamento sull’incipit che tenga. Tutte le storie son perfette. Se ci sono casini nell’incipit, ah, come siam brave ad ignorarli. Siamo meravigliosamente abili a sotterrare tutti i segnali di prossima disgrazia, che prima o poi arriva come da manuale. Le farfalle nello stomaco hanno il loro dovere da svolgere: strangolano le viscere, annullano l’appetito, eliminano il sonno, rendono una larva, dimagriscono meglio della più efficace delle diete dimagranti, che dukan ci fa una pippa. Se i segnali sono nefasti, sono evidenti da subito, son lì davanti ai nostri occhi, su un piatto d’argento.Eppure noi macchè, a crogiolarci nella perfetta storia d’amore che forse perfetta non è, che forse amore non è.

E’ che innamorarsi è bello, fa anche bene alla salute, se non si dimagrisce troppo. Fa stare bene, respirare, giocare, e anche vivere, per aggiungere un po’ più di smielatura.

Quindi l’incipit va bene così. È dopo le prime trenta pagine che bisogna cominciare a ragionare, se ci si riesce. Se si recuperano le redini. Se siamo in grado di capire. Se ci viene data la possibilità di capire. L’incipit può essere vero fino all’ultima riga, può rivelare pagine belle ed interessanti. Il piatto d’argento potrebbe porgere solo cose belle. E le farfalle nello stomaco possono continuare il loro lavoro.

 

E comunque questi sono i miei incipit preferiti:

L’uomo che è appena entrato nel negozio per noleggiare una videocassetta ha nella sua carta d’identità un nome tutt’altro che comune, di un sapore classico, che il tempo ha reso stantio, niente di meno che Tertuliano Màximo Afonso. Il Máximo e l’Afonso, di applicazione piú corrente, riesce ancora ad ammetterli, a seconda, però, della disposizione di spirito in cui si trovi, ma il Tertuliano gli pesa come un macigno fin dal primo giorno in cui ha capito che l’infausto nome si prestava a essere pronunciato con un’ironia che poteva essere offensiva. È professore di Storia in una scuola media, e la videocassetta gli era stata suggerita da un collega di lavoro che tuttavia non si era dimenticato di preavvisare, Non che si tratti di un capolavoro del cinema, ma potrà intrattenerla per un’ora e mezza.

Tempo pessimo per votare, si lagnò il presidente di seggio della sezione elettorale quattordici dopo aver chiuso violentemente il parapioggia inzuppato ed essersi tolto un impermeabile che a ben poco gli era servito nell’affannoso trotto di quaranta metri da dove aveva lasciato l’auto fino alla porta da cui, col cuore in gola, era appena entrato.

Sopra la cornice della porta c’è una placca metallica lunga e stretta, rivestita di smalto. Su sfondo bianco, le lettere nere annunciano Conservatoria Generale dell’Anagrafe. Lo smalto è crepato e sbrecciato in alcuni punti. La porta è antica, l’ultimo strato di vernice marrone si sta scrostando, le venature del legno, visibili, ricordano una pelle striata. Ci sono cinque finestre sulla facciata. Appena si varca la soglia, si sente l’odore della carta vecchia.

Si vede il sole in uno degli angoli superiori del rettangolo, quello alla sinistra di chi guarda, e l’astro re è raffigurato con la testa di un uomo da cui sprizzano raggi di luce pungente e sinuose lingue di fuoco, come una rosa dei venti indecisa in quali direzioni puntare, e quel viso ha un’espressione piangente, contratta da un dolore inconfortabile, e dalla bocca aperta emette un urlo che non potremo udire, giacché nessuna di queste cose è reale, quanto abbiamo davanti è solo carta e colore, nient’altro.

L’uomo che guida il camioncino si chiama Cipriano Algor, fa il vasaio di mestiere e ha sessantaquattro anni, anche se a vederlo sembra meno anziano. L’uomo che gli sta seduto accanto è il genero, si chiama Marçal Gacho, e ancora non è arrivato ai trenta. In ogni modo, con la faccia che ha, nessuno glieli darebbe. Come si sarà notato, sia l’uno che l’altro hanno appiccicati al nome proprio dei cognomi insoliti di cui s’ignorano l’origine, il significato e la ragione. La cosa più probabile è che si dispiacerebbero se mai giungessero a sapere che algor, algora, significa freddo intenso del corpo, preannuncio di febbre, e che il gacho è né più né meno che la parte del collo di bue su cui poggia il giogo.

Quando il signore, noto anche come dio, si accorse che ad adamo ed eva, perfetti in tutto ciò che presentavano alla vista, non usciva di bocca una parola né emettevano un sia pur semplice suono primario, dovette prendersela con se stesso, dato che non c’era nessun altro nel giardino dell’eden cui poter dare la responsabilità di quella mancanza gravissima, quando gli altri animali, tutti quanti prodotti, proprio come i due esseri umani, del sia-fatto divino, chi con muggiti e ruggiti, chi con grugniti, cinguettii, fischi e schiamazzi, godevano già di voce propria. In un accesso d’ira, sorprendente in chi avrebbe potuto risolvere tutto con un altro rapido fiat, corse dalla coppia e, uno dopo l’altro, senza riflessioni e senza mezze misure, gli cacciò in gola la lingua.

Continuerò a dipingere il secondo quadro, ma so che non lo finirò mai. Il tentativo è fallito e non c’è miglior prova di questa sconfitta, o fallimento, o impossibilità, del foglio di carta su cui mi accingo a scrivere: un giorno, prima o poi, mi volgerò dal primo quadro al secondo e infine a questo testo, o salterò la tappa intermedia, o troncherò la frase per correre a dare una pennellata sulla tela del ritratto che S. mi ha ordinato, o forse su quell’altro, parallelo, che S. non vedrà.

Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr’ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato.