Alejandra

L’ho conosciuta, Alejandra. Ci siamo incontrate casualmente, amici in comune, una serata in comune, qualche tempo fa. Non la vedo spesso, la casualità non è così frequente, anche perché abita in un’altra città. Però l’ho vista e rivista, serate in comune, amici in comune. Non alta, non bassa, normale, e neanche grassa né magra, ha pure la sua cellulite ad allargare lievemente i fianchi. Eppure entra lei e si sente, si vede, si respira. È sempre perfetta, in abiti minimi, semplici, mai fronzoli e vistosità, orecchini piccoli, collane lineari. Neanche un tripudio di maquillage, veste le sue piccole rughe e ride senza paura di mostrarne di più. Le brillano, gli occhi, ma al naturale, dietro quegli occhiali colorati, che mette e toglie come tutte noi a quest’età. Fa la tinta anche lei, non rinuncia al vezzo di coprire i capelli bianchi. Unica concessione all’esagerazione sono i suoi tacchi: altissimi sempre, mai vista rasoterra. Non ho ancora capito esattamente che lavoro fa. So che viaggia abbastanza, per lavoro e per i fatti suoi. In azienda ha un qualche ruolo importante, è dipendente, ma ha una squadra di persone da gestire, e fa orari impossibili. Parla bene l’inglese, legge molto, e nonostante il lavoro succhi voracemente il suo tempo, riesce ad andare in palestra e ad avere una vita normale. Quello che so di lei è ciò che sanno tutti. Molto poco. Non parla di sé, non racconta la sua vita, neanche se la conversazione finisce sul personale, come spesso accade. Non usa facebook e neanche twitter, so che non ha il pc a casa, e neppure il telefono. Il cellulare resta nella borsa, e non lo guarda mai, mentre tutti gli altri campeggiano sovrani di fianco alla forchetta. Parla molto, ragiona e approfondisce, è informata su mille cose. Ed è di sinistra. Si sa che ha una figlia che studia all’estero, un ex marito con cui ha un buon rapporto, una madre che vive non lontano da lei. E poi basta. Partecipa alle conversazioni ma non entra mai con qualcosa di suo, esempi della sua vita, della sua giornata. Butta qua e là qualcosa, ma mai chiaramente, tiene viva quella nuvoletta di mistero che l’avvolge. Dice di sé che non è brava in cucina, ma una volta è arrivata con una torta meravigliosa, che ha raccolto tutta la mia ammirazione. L’ammirazione, che non è solo mia: gli uomini sono incantati, perché è bella ed intelligente, dice sempre la cosa giusta al momento giusto, e lei sa di avere gli sguardi addosso, eppure non se ne fa nulla, sembra quasi non accorgersi degli altri; le donne sono incantate perché ha l’aria felice, libera, di una che non fa la nostra fatica tutti i giorni della vita, perché la sua voce non trema mai, e neanche le sue mani, perché è sicura di sé come vorremmo essere anche noi, perché non sbaglia nulla, niente è sbagliato in lei, perché l’alone di mistero un po’ ci fa sognare, e qualche volta rosicare. Ci salutiamo, alla prossima. Poi torna a casa sua, ma questa è un’altra storia.

Ogni riferimento a Marisa, di Almudena Grandes, non è, assolutamente, casuale.

 

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