aprile

Finalmente Aprile se ne sta andando. Sono un po’ di anni, non so perché, che Aprile è un mese che trascorre con fatica, và a capire. Io che son nata di Marzo, nata balzana, eccetera eccetera, ho un rapporto bello con la primavera che avanza. Via il grigio dal cielo, via il cappotto, magari gli anfibi ancora un po’, belli i venti pulitori, belle le foglioline verdi che nascono nuove dalle mie rinsecchite piante sul balcone. Insomma, sarebbe in pratica la mia stagione ideale. Aprile poi è l’esplosione di tutto quello che in marzo si prepara, un ritorno alla vita urlato a squarciagola.

Aprile urla anche per me.

Qualche anno fa Aprile ha urlato il mio divorzio, un urlo liberatorio che era già iniziato nell’Aprile di un po’ d’anni prima, l’Aprile della mia separazione.

Qualche anno dopo Aprile ha urlato un’altra volta, un urlo strozzato tra le sbarre di una gabbia dalla quale bisognava fuggire, di corsa, ma senza fare l’errore di rientrarci e restarci ancora troppo tempo, fino a che l’urlo definitivo è arrivato, grande, forte, chiaro, e senza ritorno questa volta, anche se il mese era diverso.

Qualche anno dopo Aprile ha urlato la malattia, signore e signori, ecco a voi il Tumore al Seno, nessun applauso per la carità, l’urlo più doloroso, ingiusto, incomprensibile. Un urlo che fa paura, ma che scuote, fa reagire, mette in moto la forza di affrontare i mesi, estivi ed autunnali, della chemioterapia, della radioterapia, il premio di Miss Bandanapiùbella, la fascia di un concorso inventato che si dovrebbe inventare.

Aprile due anni fa mi accoglieva sorridente e serena, diversa e leggera, pronta per una nuova avventura, inaspettata, non cercata, ma apprezzata come un frutto dolce e fresco in una giornata infuocata, profumata di una novità che invece di urlare voleva silenzio, e io volevo ascoltarlo questo silenzio, e ascoltare il rumore che faceva, un rumore come il battito delle ali di una farfalla, una farfalla nello stomaco.

Aprile dell’anno successivo il silenzio lo ha urlato, ha urlato un silenzio incomprensibile e improvviso, intraducibile, inarrivabile, un silenzio doloroso, che faceva male in ogni angolo remoto del mio corpo e della mia mente.

Quest’anno Aprile urla lo stesso silenzio, del quale ancora non so dire, perché la mia lentezza non mi consente di elaborare sensazioni, non adesso almeno. Avrò bisogno di un’altra stagione, del disgelo, di un viaggio, di un amico, di pensare, di non pensare, di leccarmi le ferite, di piangere, di dormire, di leggere, di correre, di guarire.

Quest’anno Aprile ha urlato anche l’ultimo passo del cammino incominciato con l’arrivo di quel signore là, Mister Tumore del Seno, che sì, l’avevamo già buttato nel cesso, ma anche il mio corpo doveva saperlo, ben detto, chiaro, forte: urlato.

La scorsa settimana ho subito un intervento ricostruttivo, nome in codice lipofilling. In pratica si prende un po’ di ciccia dalla pancia e la si inserisce nel buco lasciato dalla rimozione del già citato Mister. La ciccia della mia pancia, anche se avevo, nel lungo tempo dell’attesa dell’intervento, raccolto una lista di nomi di amiche disponibili alla donazione, che mi sarei potuta fare due tette sconsiderate.

Ovviamente si ottiene invece semplicemente la completa sparizione dei segni di quell’esperienza:  la tetta è normale, come l’altra, cadente come da Manuale della perfetta cinquantenne, giusta, guarita. Andava fatto, chiude un cerchio che bisognava chiudere. In questi giorni la frase chiudere il cerchio ricorre frequente e martella ogni pensiero.

In questo Aprile ho imparato che le ferite si possono curare con qualcosa che è già dentro di noi. Prendi un pezzo di qua e lo metti di là, riempi buchi e cancelli cicatrici. Non serve altro. Ci va un po’, ma tutto quel che serve è già qui, da qualche parte, anche se non ho capito dove, forse in qualche meandro ancora da scoprire. Basta ascoltarsi.

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