Villa Arzilla

Villa Arzilla in questi giorni è silenziosa. Fa molto caldo, il sole è alto, il cielo libero da nubi. Teniamo le imposte e le voci abbassate, ognuno ascolta dentro di sé e resta nel proprio silenzio. È un silenzio che fa male, che urla la rabbia più grande, la tristezza, la disperazione, la malinconia.

A Villa Arzilla c’è sempre rumore. C’è la risata squillante, la ridarola compulsiva, la risata fino alle lacrime. C’è musica, tanta musica,  sempre musica, e ballerine e ballerini senza freni, e serate nelle piole, nelle bocciofile dalle tovaglie a quadretti, e scorre il vino a litri, che i bicchieri vuoti non ci piacciono proprio. Ci sono racconti di storie appassionanti, a puntate, ed ogni puntata è più appassionante che mai, serate interminabili di parole, abbracci, confidenze, e anche discussioni serie, che mica siam solo caciaroni.

Questo è un momento faticoso, incomprensibile, ma torneremo. Perché talvolta siamo sfatti, e in questo momento non siamo tanto arzilli, ma siamo stretti, strettissimi, questo è sicuro. Torneremo a ballare e ad abbracciarci, torneremo nelle bocciofile che amiamo tanto, torneremo col sorriso, torneremo con i boa di struzzo, e quando ci porteranno il vino alzeremo il nostro bicchiere (anche quella là che beve solo coca cola) e si farà un brindisi. Forse qualcuno si commuoverà, ma sarà il sorriso ad avere la meglio, perché siamo fatti così, e sarà il brindisi più bello che mai.

Sarà per te. Sarà il nostro abbraccio.  Per sempre.

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Finisce qui. Ed era ora.

Dunque, visto che con i buoni propositi non ci vado d’accordo da tempo, visto che gli auguri lasciano il tempo che trovano, visto che neanche gli oroscopi ci prendono, comprese le seppur divertenti supercazzole di Rob, questa volta invece di guardare avanti guardiamo indietro. In fondo quest’anno mi sono sparata la fatidica cifra dei cinquanta, sono in menopausa, sfoggio i miei fighissimi capelli grigi e posso permettermi simpaticamente di fare come i vecchi, che non si ricordano la colazione di stamattina, ma ti raccontano per filo e per segno di quando quella volta settant’anni fa. Settant’anni son troppi per me, ma a rimembrare cose di questo favoloso ventiquindici ce la posso fare.

Orbene: ho letto una roba  tipo una quarantina di libri, malcontati, sottotono devo dire rispetto al passato, ma un libro alla settimana non ce la faccio più, solo durante le ferie, in cui la proporzione aumenta a favore della statistica generale; ho fatto una bella esperienza di campagna elettorale, faticosa ma interessante, e con un gruppo di lavoro che mi è piaciuto molto; ho contribuito alla realizzazione di interessanti progetti, e attraverso questi ho conosciuto persone belle che non voglio perdere per strada; ho preso 360 pastigliette magiche, quelle che mi salvano la vita, che dovrei prendere tutti i giorni ma qualche volta la dimentico; ho subìto 2 operazioni e trascorso 4 notti in ospedale, e ho fatto tutta la serie completa dei controlli annuali più qualcuno imprevisto; durante le vacanze ho percorso circa 3500 km, 2400 in volo e un altro migliaio in macchina, seduta a sinistra ma senza il volante; ho preso due volte l’aereo e sei volte il treno; sono andata al cinema forse una ventina di volte -poco- a teatro quattro/cinque –poco-, tre/quattro i concerti –poco-; ho dormito sei ore per notte –pochissimo-, e ho lavorato svariate domeniche; ho visto gesti e baci, parole, domande e risposte mancate; ho vissuto un’innumerevole quantità di cazzate e ho riso fino alle lacrime, e mi sono fatta anche una bella serie di pianti dei miei, mi sono asciugata gli occhi e sono ancora qua; ho parlato qualche volta in inglese, qualche volta in tedesco, qualche volta in aramaico, forse; ho trascorso numerosi momenti con persone delle quali non posso fare a meno, e numerosi momenti di benedetta solitudine; ho cercato di mettere ordine tra le  cose importanti da conservare, ma ho ancora qualche scatola che non so dove riporre; mi è calata la vista in modo sorprendente, cosa molto utile perché impedisce di vedere l’aumento proporzionale delle rughe, santa presbiopia; ho scritto mail e messaggi, e nonostante tutto non penso di aver perso il mio tempo; ho ricevuto consigli inutili e non richiesti da chi non sa neanche allacciarsi le scarpe, e qualche volta riposto speranze in qualcosa di impossibile, tipo far asciugare un accappatoio di spugna in 24h in inverno, ma senza asciugatrice. Insomma, un anno complicato. Fortunatamente finisce qui. Auguri.

Il regalo che non c’é

Il regalo che non c’è è già bell’impacchettato. Dei soliti miei, sobrio, carta semplice, piccolo nastro, no fronzoli vari. C’è il regalo dell’ultimo momento, quello costruito, quello ordinato, quello ancora da impacchettare dieci minuti prima della consegna. E infine c’è il regalo che non c’é.  Eppure c’è. Questo post è una stupidata, ma non conta, perché sul proprio blog una può scrivere ciò che accidenti vuole, e anche essere criptica e strana, e contorta e distorta, tanto le tre o quattro persone che sono solite leggermi sanno perfettamente che questa è mia caratteristica, e poi non me ne frega proprio niente se quel che scrivo si capisce oppure no. Soprattutto in un post come questo. Questo è solo il post del regalo che non c’è.

Comunicazione

C’era una volta la carta da lettere. Con disegnini, cuoricini, e tutta una serie di robe che finiva in ini.

Ne ho consumata a quintali, e ne arrivava a quintali. Dalle ferie si tornava a casa con l’elenco degli indirizzi e prendeva il via il gioco dello scribacchino frenetico, che almeno una volta alla settimana ti faceva trovare nella buca delle lettere notizie di amici vecchi e nuovi. Qualche volta ho addirittura pagato una multa per le stronzate che, oltre che stare all’interno, chiuse dignitosamente e nascoste agli occhi del mondo, tappezzavano anche l’esterno delle buste,  purtroppo, evidenti agli occhi del postino, che sicuramente si faceva grasse risate, e di mia madre, che non so cosa pensasse, ma sicuramente niente di buono. Qualche volta erano lettere di confidenze “da femmine”: fidanzati, amori incompresi, bravate da quindicenni, segreti segretissimi da condividere con l’amica lontana; altre volte love letters “da maschi”, che di love non ne contenevano tanto, ma piuttosto giri di parole tipiche del corteggiamento imbranato, noioso; altre ancora  di ipotesi di incontri, come definirli, coloriti, condite di disegni inequivocabili, parole spinte che si supponeva usassero i grandi, promesse di cose che allora non si sapeva nemmeno vagamente come si facessero. Queste ultime erano le lettere che andavano buttate via, e anche velocemente, per evitare cadessero in mani familiari, e dover poi dare spiegazioni su profferte tanto audaci quanto idiote. Le altre invece si conservavano, in un cassetto specifico, catalogate, magari tenute insieme da un bel fiocchetto colorato. Anni 70. Beh, quelle sconce anche più in là.

Gli anni delle lettere son durati un po’, fortunatamente più tardi edulcorate dalla maturità, e diventavano momenti di comunicazione belli, contatti tra persone lontane, negli anni in cui ancora fare una telefonata extraurbana costava  più del francobollo.

Poi è arrivato internet. Ecco la velocità, la comunicazione via mail, il contatto quasi costante e lo scambio veloce, manco fossimo a tre metri di distanza.

E poi più tardi i social. Amati e odiati, utili e inutili, stupidi ed intelligenti. Per lavoro e per svago. Per tenere compagnia. Per informarsi. Per pubblicizzarsi. Per guardare il mondo da una finestra.

Non è velocità: è immediatezza. Arrivi subito, ricevi subito, non scappi a nulla e nulla ti scappa. E la messaggeria può dare il meglio di sé. La chat è veloce, il contatto immediato, gli amici lontani son sempre vicini,  i corteggiatori timidi si scoprono pieni di coraggio, quelli spavaldi danno il meglio di sé.  Questi poi,  vanno subito all’osso con poche parole. Tipo quattro: voglio scopare con te. O qualcuna di più, magari più subdola: mi piace fare quattro chiacchiere, magari davanti ad un buon piatto e a un bicchiere di vino. Sono, aspetta che le conto, 17 parole, escluse le virgole, che vogliono dire la stessa cosa, ma sono molto molto più per bene. Scoppiano anche storie d’amore. Si sa per certo che tra un acquario da pulire e pesci da sfamare scoccano scintille che vanno, per esempio dall’Italia al Michigan, con voli transoceanici a cadenza semestrale  più o meno, ad alimentare passioni travolgenti e anche di durata considerevole. L’acquario è pieno di alghe, i pesci galleggiano, ma le scintille tengono.

Mister Fb è diventato il più diffuso modo di comunicare, e se vuoi puoi anche risparmiare il tempo di aprire la chat. Fai una foto col cellulare, e voilà, pubblichi in un amen. E tutti sanno in tempo reale che  c’hai le palle girate, che stai andando al mercato, che prepari una torta, che mangi il sushi, che hai bucato la ruota della bicicletta, che ti è morta la  lavatrice, che ami i gatti, che ti fanno schifo i cachi, che vai in vacanza, che torni dalla vacanza, che hai il ciclo, che mastichi il cicles, che  piove, che  ci sono 37 gradi. Scopri degli altri che sono tristi, che odiano il lunedì, che amano il venerdì, che vanno in vacanza, che tornano dalla vacanza, che bucano la famosa ruota della famosa bicicletta, che guardano film, che leggono libri, che sono innamorati, che hanno mandato a cagare il fidanzato, che hanno saturno contro,  che giove gli sorride, che vanno a dormire e che si svegliano, e ti dicono buongiorno, e buonasera, e buon pomeriggio, manco fossero sul set di Truman Show.  Ci sono poi un sacco di pagine create apposta per diffondere aforismi moderni, parole di profondi filosofi, pensatori dei tempi moderni e comunicatori senza peli sulla lingua: basta schiacciare il tasto condividi, così che tutto il mondo virtuale sappia che tu quel giorno ti senti così o ti senti cosà, per diffondere pensieri profondi, per esprimere rabbia e felicità, per prendere per il culo qualcuno, per prendere posizione su quel che si sente al telegiornale o si legge sui giornali, o per commentare seriamente o ironicamente notizie di vario genere. Oppure ancora per mandare messaggi sibillini a qualcuno, parlando con le parole degli altri.  Conosci a Lello? Citazione inevitabile da Ricomincio da tre.

Certo che un sano biglietto nella bottiglia era più affascinante per mandare un messaggio che non si aveva il coraggio di dire a voce. Forse però questo strano e insulso modo di parlarsi qualche volta è anche utile: non si spreca fiato, e neanche inchiostro, e principalmente il proprio tempo.  Soprattutto è veramente sintomatico di come siamo nella realtà, anche se ci muoviamo con grazia nel mondo della finzione. Siamo stupidi e pigri, e ci perdiamo qualcosa per strada.

La coerenza è una gran cosa, è il ridicolo è che lo sappiamo, ma che pubblichiamo cose del tipo:

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Ah beh, mandare fb come messaggero è atto di estremo coraggio invece.

Però ammetto che è tutto più semplice. Se qualcuno ci sta estremamente sul culo e avvertiamo il forte desiderio di cancellarlo dalla faccia della terra,   è pieno di modi per dirlo. Tipo questo:

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Oppure possiamo esprimere il nostro disappunto per i periodi complicati della nostra vita:

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O per esprimere la nostra infinita riconoscenza ad amici importanti:

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Oppure, se si vuol manifestare un sentimento a qualcuno, ma non si sa da che parte cominciare:

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Oppure se siamo affranti e nessuno ci calcola, si può comunicare con il mondo e fare la vittima così:

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Oppure si  possono trovare le risposte a domande con le quali ci si lambiccava il cervello da tempo, chiedendosi perché qualcuno con cui si è trascorso del buon tempo, improvvisamente sparisca dalla nostra vita, da un giorno all’altro:

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E si può, con un semplice clic, rispondere serenamente:

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Io vivo sempre insieme ai miei capelli

Qualche giorno fa torno a casa e tolgo il quintale di carta che spunta dalla buca delle lettere, sperando che tra i vari volantini di supermercati non ci sia anche qualche meravigliosa comunicazione, che ne so, per esempio di equitalia. Scampato pericolo. Salta fuori invece una rivista, incelofanata, Victoria si chiama, e penso forse hanno sbagliato buca. No no, dice gentile l.z., sono io non c’è dubbio. Non è una roba da cartolaia e nella luce gialla delle scale la scruto per capire se arriva da qualche improbabile abbonamento a non so che cosa, quelle robe che ogni tanto mi capita di fare, non so neanche io perché. In copertina una bella signora: capelli ricci fluidi, sorriso vivace, giacchetta gialla, occhiali nelle mani, giro di perle bon ton. Campeggia in alto la scritta Vietata ai minori di anni 50. Aaaaahhhhh!!! Che meraviglia! Qualcuno da qualche parte ci tiene d’occhio!

Mi è tornato in mente che questa cosa succedeva già quando nacque il mio simpatico coinquilino, la vivace creatura che oggi ha 24 anni.

La buca delle lettere allora sbordava di riviste tipo: 

  • Dal latte materno alla costina di maiale in 15 mosse: il divezzamento in chiave moderna;
  • Guida pratica alle pratiche di addormentamento veloce del lattante: usare il gas o il martello di gomma?;
  • Ginnastica per le neo mamme: esercizi per l’annientamento della forza di gravità che si abbatterà ineluttabilmente sulle vostre tette al termine dell’allattamento.

Ecco, agli esperti di data base non sfugge niente. In fondo non è neanche tanto difficile. Tutti i nati nel ’65 quest’anno han fatto i 50 fatidici. Geniale.

Se tutto va come deve andare, fra una 15ina d’anni mi aspetto riviste di approfondimento su pannoloni, strutture montascale, e qualche articolo di moda estrema sugli ultimi modelli di bastoni da passeggio abbinati a fantastiche scarpe ortopediche.

Torniamo alla rivista di oggi. Articoli evidenziati in copertina: Cristina Parodi 50 anni e sono felice!, Tina Turner quanta energia ha!, stile: tutti ruggenti gli anni della moda. All’interno altri articoli, tipo: come cambia l’ammore dopo la “certa età”, come cambia la pelle ad una “certa età”, shopping all’insegna del vintage (modo gentile per dire “certa età”). E l’immancabile articolo a doppia pagina per parlare dell’argomento principe: i capelli. Che, poveri, non sono più quelli di una volta, li abbiamo ammazzati di tagli, permanenti, colori e bla bla bla.

Ora: ho fatto nella mia vita colpi di sole e meches a nausea, arancioni alla Cindy Lauper, viola violetto violissimo e fucsia, nero, rosso menopausa in periodi di piena fertilità, biondo platino, argento, bianco impossibile (colori normali mai, eh) ; ho fatto la permanente (una volta e mai più), carrè, sfumature, fatti crescere -mai troppo-, rasati spessissimo, ho messo per un pezzo un topo morto in luogo di un ciuffo lungo che non avevo; sono stata pelata, mio malgrado, e al posto dei capelli avevo bandane dai mille colori. Insomma, diciamo che ho fatto le mie discrete esperienze.

Adesso ho tagliato tutto e sfoggio i miei grigi con vanità. Corti corti, con un ciuffo più chiaro in primo piano. Li trovo fighissimi.

E qual è il colore di moda quest’anno?

Cornovaglia in my mind

Il cielo in Cornovaglia cambia ad ogni soffio di vento. Le nuvole vanno, vengono, si formano e si dissolvono in un batter d’occhio. In Cornovaglia il vento la fa da padrone, trasporta profumi di fiori, di mare, qualche volta di fish and chips. Ti accoglie, la Cornovaglia, con un abbraccio caldo, anche se le temperature non lo sono quasi mai, ti fa sentire serena, mentre il vento diluisce i pensieri, li alleggerisce e per un po’ li esclude. È dolce la Cornovaglia, ore del tè accompagnate da scones, clotted cream e marmellata di fragole, e ha il sapore forte di cornish pasty che si trovano ad ogni angolo di strada. La Cornovaglia è pioggia, piccola piccola e fredda, che arriva dall’oceano, che smette, che torna, che la notte fa da unica musica sulla piccola tenda dei viaggiatori. E’ raggi di sole improvvisi e vitali, che inondano giardini che profumano di fiori di tutti i colori, e palle di ortensie di dimensioni mai viste. La Cornovaglia è persone semplici ed accoglienti, pescatori in ogni baia, ore passate nel silenzio delle onde che si infrangono lente sulle rocce. È il calore di un pub con le finestre accese,  musiche in sottofondo e parole sussurrate, qualche risata discreta, e sapori nuovi di birre e di sidro. Una vacanza in Cornovaglia dura poco, ma non conta.
La Cornovaglia si ama, e tornare e non vederla più fa male. Però è bello esserci stata anche solo per poco tempo.

Questo inutile post sta in bozza da un bel pezzo. È comunque stato scritto dopo un bel pezzo dal mio ritorno dalla Cornovaglia, e in fondo ci sta, mi assomiglia. Come al solito mi ci va un po’, devo pensarci su, devo lasciar decantare le cose, devo elaborare le emozioni, e capirle.

Perché in fondo questo blog si chiama destination anywhere, ma i viaggi, quelli reali, non c’entrano per nulla. E’ un pretesto per i miei voli pindarici, quelli fantasiosi che piacciono a me, di quelli che non servono a niente, ma che ogni tanto bisogna fare. In fondo faccio le valigie per approdare a luoghi fatti di ricordi ed emozioni, sogni ed aspirazioni. Anywhere, appunto.

Poi si torna però. E poi basta. Si rimettono i piedi per terra, perché si scende sì dall’aereo, ma soprattutto perché si torna al mondo reale, e quindi basta, basta. Basta.

Allora il prossimo post sarà di tutt’altra natura. Già bell’e pronto, argomento assolutamente vero, concreto, attuale. Torniamo nei ranghi, và.

aprile

Finalmente Aprile se ne sta andando. Sono un po’ di anni, non so perché, che Aprile è un mese che trascorre con fatica, và a capire. Io che son nata di Marzo, nata balzana, eccetera eccetera, ho un rapporto bello con la primavera che avanza. Via il grigio dal cielo, via il cappotto, magari gli anfibi ancora un po’, belli i venti pulitori, belle le foglioline verdi che nascono nuove dalle mie rinsecchite piante sul balcone. Insomma, sarebbe in pratica la mia stagione ideale. Aprile poi è l’esplosione di tutto quello che in marzo si prepara, un ritorno alla vita urlato a squarciagola.

Aprile urla anche per me.

Qualche anno fa Aprile ha urlato il mio divorzio, un urlo liberatorio che era già iniziato nell’Aprile di un po’ d’anni prima, l’Aprile della mia separazione.

Qualche anno dopo Aprile ha urlato un’altra volta, un urlo strozzato tra le sbarre di una gabbia dalla quale bisognava fuggire, di corsa, ma senza fare l’errore di rientrarci e restarci ancora troppo tempo, fino a che l’urlo definitivo è arrivato, grande, forte, chiaro, e senza ritorno questa volta, anche se il mese era diverso.

Qualche anno dopo Aprile ha urlato la malattia, signore e signori, ecco a voi il Tumore al Seno, nessun applauso per la carità, l’urlo più doloroso, ingiusto, incomprensibile. Un urlo che fa paura, ma che scuote, fa reagire, mette in moto la forza di affrontare i mesi, estivi ed autunnali, della chemioterapia, della radioterapia, il premio di Miss Bandanapiùbella, la fascia di un concorso inventato che si dovrebbe inventare.

Aprile due anni fa mi accoglieva sorridente e serena, diversa e leggera, pronta per una nuova avventura, inaspettata, non cercata, ma apprezzata come un frutto dolce e fresco in una giornata infuocata, profumata di una novità che invece di urlare voleva silenzio, e io volevo ascoltarlo questo silenzio, e ascoltare il rumore che faceva, un rumore come il battito delle ali di una farfalla, una farfalla nello stomaco.

Aprile dell’anno successivo il silenzio lo ha urlato, ha urlato un silenzio incomprensibile e improvviso, intraducibile, inarrivabile, un silenzio doloroso, che faceva male in ogni angolo remoto del mio corpo e della mia mente.

Quest’anno Aprile urla lo stesso silenzio, del quale ancora non so dire, perché la mia lentezza non mi consente di elaborare sensazioni, non adesso almeno. Avrò bisogno di un’altra stagione, del disgelo, di un viaggio, di un amico, di pensare, di non pensare, di leccarmi le ferite, di piangere, di dormire, di leggere, di correre, di guarire.

Quest’anno Aprile ha urlato anche l’ultimo passo del cammino incominciato con l’arrivo di quel signore là, Mister Tumore del Seno, che sì, l’avevamo già buttato nel cesso, ma anche il mio corpo doveva saperlo, ben detto, chiaro, forte: urlato.

La scorsa settimana ho subito un intervento ricostruttivo, nome in codice lipofilling. In pratica si prende un po’ di ciccia dalla pancia e la si inserisce nel buco lasciato dalla rimozione del già citato Mister. La ciccia della mia pancia, anche se avevo, nel lungo tempo dell’attesa dell’intervento, raccolto una lista di nomi di amiche disponibili alla donazione, che mi sarei potuta fare due tette sconsiderate.

Ovviamente si ottiene invece semplicemente la completa sparizione dei segni di quell’esperienza:  la tetta è normale, come l’altra, cadente come da Manuale della perfetta cinquantenne, giusta, guarita. Andava fatto, chiude un cerchio che bisognava chiudere. In questi giorni la frase chiudere il cerchio ricorre frequente e martella ogni pensiero.

In questo Aprile ho imparato che le ferite si possono curare con qualcosa che è già dentro di noi. Prendi un pezzo di qua e lo metti di là, riempi buchi e cancelli cicatrici. Non serve altro. Ci va un po’, ma tutto quel che serve è già qui, da qualche parte, anche se non ho capito dove, forse in qualche meandro ancora da scoprire. Basta ascoltarsi.