Alejandra

L’ho conosciuta, Alejandra. Ci siamo incontrate casualmente, amici in comune, una serata in comune, qualche tempo fa. Non la vedo spesso, la casualità non è così frequente, anche perché abita in un’altra città. Però l’ho vista e rivista, serate in comune, amici in comune. Non alta, non bassa, normale, e neanche grassa né magra, ha pure la sua cellulite ad allargare lievemente i fianchi. Eppure entra lei e si sente, si vede, si respira. È sempre perfetta, in abiti minimi, semplici, mai fronzoli e vistosità, orecchini piccoli, collane lineari. Neanche un tripudio di maquillage, veste le sue piccole rughe e ride senza paura di mostrarne di più. Le brillano, gli occhi, ma al naturale, dietro quegli occhiali colorati, che mette e toglie come tutte noi a quest’età. Fa la tinta anche lei, non rinuncia al vezzo di coprire i capelli bianchi. Unica concessione all’esagerazione sono i suoi tacchi: altissimi sempre, mai vista rasoterra. Non ho ancora capito esattamente che lavoro fa. So che viaggia abbastanza, per lavoro e per i fatti suoi. In azienda ha un qualche ruolo importante, è dipendente, ma ha una squadra di persone da gestire, e fa orari impossibili. Parla bene l’inglese, legge molto, e nonostante il lavoro succhi voracemente il suo tempo, riesce ad andare in palestra e ad avere una vita normale. Quello che so di lei è ciò che sanno tutti. Molto poco. Non parla di sé, non racconta la sua vita, neanche se la conversazione finisce sul personale, come spesso accade. Non usa facebook e neanche twitter, so che non ha il pc a casa, e neppure il telefono. Il cellulare resta nella borsa, e non lo guarda mai, mentre tutti gli altri campeggiano sovrani di fianco alla forchetta. Parla molto, ragiona e approfondisce, è informata su mille cose. Ed è di sinistra. Si sa che ha una figlia che studia all’estero, un ex marito con cui ha un buon rapporto, una madre che vive non lontano da lei. E poi basta. Partecipa alle conversazioni ma non entra mai con qualcosa di suo, esempi della sua vita, della sua giornata. Butta qua e là qualcosa, ma mai chiaramente, tiene viva quella nuvoletta di mistero che l’avvolge. Dice di sé che non è brava in cucina, ma una volta è arrivata con una torta meravigliosa, che ha raccolto tutta la mia ammirazione. L’ammirazione, che non è solo mia: gli uomini sono incantati, perché è bella ed intelligente, dice sempre la cosa giusta al momento giusto, e lei sa di avere gli sguardi addosso, eppure non se ne fa nulla, sembra quasi non accorgersi degli altri; le donne sono incantate perché ha l’aria felice, libera, di una che non fa la nostra fatica tutti i giorni della vita, perché la sua voce non trema mai, e neanche le sue mani, perché è sicura di sé come vorremmo essere anche noi, perché non sbaglia nulla, niente è sbagliato in lei, perché l’alone di mistero un po’ ci fa sognare, e qualche volta rosicare. Ci salutiamo, alla prossima. Poi torna a casa sua, ma questa è un’altra storia.

Ogni riferimento a Marisa, di Almudena Grandes, non è, assolutamente, casuale.

 

lannocheverrà

Evvai con gli auguri di fine anno. Tanto è così che si deve fare, obbligatori auguri, spesso non sentiti, ma se s’ha da fa’, s’ha da fa’. Quindi. Orbene, finalmente volge alla fine questo meraviglioso anno demmerda, che anche se fosse durato un solo istante già troppo sarebbe stato. Ma perché il prossimo sia diverso, bisogna metterci un po’ d’impegno. Quale momento migliore per mettere un timbro sugli impegni, se non questo? Però le cose devono cambiare.

Allora.

Smettiamo di leggere libri. Troppa, troppa cultura. Ti fanno pensare, fermare su frasi o su singole parole, non ti fanno dormire quando sei lì, sul più bello, e sul più bello capita troppo spesso. Basta regalare libri, girare per librerie con aria sognante. Sul comodino è finalmente finita con la colonna di libri da leggere. Lo spazio per un tablet è più che sufficiente, candy crush e via, sgombra la mente e favorisce il sonno. Ruzzle lo eliminiamo, che è già troppo difficile: prevede che si conosca l’ortografia, e d’ora in avanti potrebbe non essere fondamentale. Già che ci siamo freghiamocene dei condizionali e dei congiuntivi, e poi, vai, usiamo finalmente ‘sto cazzo di piuttosto come ci pare.

Smettiamo di andare al cinema. La tivù è tanto, tanto bella. Scalda le sere d’inverno con le stelle ballanti, con lotterie, con pacchi e conduttori sempre uguali, con cuochi ad ogni ora, che tu possa preparare colazioni pranzi e cene spendendo 5 euri in tutto. E gli oroscopi, meno male, senza i consigli delle stelle non sapremmo davvero cosa fare il giorno dopo. La tivù poi rinfresca le estati con le repliche della signora gialla e di film imperdibili, visti e rivisti seimila volte da saperli doppiare, spericolati voli dei top gun, eleganti gentiluomini ufficiali, ghost che parlano con sensitive improvvisate che indossano fantastici, ma proprio fantastici orecchini.

Smettiamo perdio di parlare di cose serie. Ebbasta con le discussioni sui figli, sul lavoro, e sui mille problemi esistenziali da indossare la mattina come la ciabatta destra o sinistra appena scesi dal letto, che le ciabatte esistenziali ci han ben rotto le balle.

Basta preoccuparsi della spesa, di acquistare cose sane, di cucinare con le proprie mani. Vai di surgelati saltati nella padella in 4 minuti, liofilizzati imbustati, insalate lavate insacchettate, polli incellofanati direttamente nel microonde, sughi pronti, che anche se hanno tutti lo stesso sapore, cosa importa?, sai quanto tempo risparmiato da poter dedicare a candy crush?

Parliamo di cazzate, oh, finalmente. Di scarpe coi tacchi. Alti, strani, glitterati, plissettati (esistono?), di quelli che anche se i piedi urlano non importa, perché l’unica cosa che importa è che si notino. Dei vestiti fighissimi che abbiamo visto in vetrina, su quei manichini ai quali faremo di tutto per assomigliare, e quindi parliamo di diete, dei due chicchi di riso che – soli- mangiati a pranzo e cena ci consentiranno di essere perfetti manichini per vestiti fighissimi. Del gossip, di chi va a cena con chi, di come si veste quello lì, dove vanno in ferie quelli là, insomma roba da rivista da leggere dalla parrucchiera. Ecco, di capelli: e biondi, e rossi, e shatushati, ricci e gellati, boccolosi, rasati, e morbidi, molto morbidi. Di botulini e di collagene, di tette rifatte, di celluliti finalmente debellate, di creme e profumi.

Le domeniche pomeriggio, sì, passiamole al centro commerciale, dai. Un po’di qua, un po’di là, qualche scala mobile e un sano burger di plastica e pane finto, vagando per corridoi pieni di gente dall’aria triste.

E che la pagina fb sia sempre aggiornata come si deve. Perché se posti una gran foto, sai quanti mi piace ti becchi? Questa sì che è una roba da curare bene, così alla fine del prossimo anno il simpatico regalino che fb ci farà sarà un memorabile reportage di momenti perfetti, che potremo spiattellare in tutte le bacheche rompendo i coglioni all’universo intero con

è stato un anno meraviglioso! Grazie per aver contribuito a renderlo tale.

Parliamo dei maschi. Tra noi donne, intendo. Guardiamoli e facciamo apprezzamenti, o deprezzamenti se serve, ma basta far attenzione alla loro intelligenza, se sono sensibili, colti, se sanno parlare ed ascoltare, tutte quelle robe lì che fino a ieri ci avevano convinte. Troviamoci fidanzati buzzurri invece, mica si può credere sia bello passare del tempo con una persona con cui pensare troppo, parlare troppo, magari di libri, o di film, se le cose devono cambiare, cambino, no? E smettiamo di parlare con loro, che non ascoltano o fanno finta di non ascoltare, veri maschi sono, mica han tempo da perdere dietro alle minchiate che noi femmine ci facciamo girare per la testa. Cioè, anche loro hanno il loro daffare: e la palestra, e il bar, e la partita.

L’anno scorso con gli auguri sono stata seria, molto più seria.  Però l’anno prossimo sarò invasa dalla saggezza estrema di un compleanno pesante, quindi rivendico di diritto di sparare tutta questa serie di stronzate, tiè.

Bon, vado a letto a leggere, che c’ho una pila di libri sul comodino. Sono una tipa molto decisa, e sicura di quello che dico. Lo sarò anche il prossimo anno.

ragne e bandane

Sono settimane ormai che condividiamo la nostra quotidianità con un amico invisibile. Da quest’estate per la precisione. Tornate dalle ferie si fa come tutte le brave massaie, di Voghera e di ogni parte d’Italia: armate di ramazza e straccio si pulisce ovunque, in previsione di un periodo di lavoro quasi senza orari, croce e delizia delle cartolaie: settembre.  Sulla porta d’ingresso, all’esterno, c’è la creazione perfetta di una ragnatela bellissima, che, sì, reclama la nostra ammirazione, ma che, no, non possiamo proprio lasciare lì. E quindi via; il ragno è assente, forse non si è accorto del misfatto, magari trasloca. Di far fuori anche il ragno non ci viene neanche per un attimo l’idea – si accompagna educatamente alla porta ogni creatura volatile, insetti, lucertole, ecc. Abbiamo anche salvato un topo da un kg, entrato in negozio per riposarsi dalla lunga passeggiata sulla reale via,  un paio d’anni fa, dopo un pomeriggio passato a cercare di stanarlo senza fargli del male. Per il fastidio che dà il ragnetto, che stia lì, non sia mai che gli si impedisca di portare guadagno, che in questo senso pure ai ragni ci stiamo attaccando. Eliminiamo solo la ragnatela.

Il giorno dopo è di nuovo lì, perfetta, con tutti i suoi filini messi nei posti giusti, identica alla precedente.  Temerariamente abbiamo provato a convincere l’amico a trovarsi un’altra casa, e giù un’altra spazzolata. Niente, è più temerario di noi: ricostruisce e ricostruisce. Si è anche reso visibile, un giorno: non troppo piccolo, non troppo grosso, un ragnetto normale; magari ha capito che ‘sta storia del portare guadagno non è che ci farebbe proprio schifo, e di cambiare casa non ha  voglia. La sua casa è questa e continua a ribadirlo ricostruendo la sua meraviglia d’architettura. Ci siamo arrese, ovviamente. La ragnatela non la togliamo più, ci tiene compagnia, anzi, la teniamo d’occhio, per capire se il ragno sta bene. Sono un po’ preoccupata per la sua salute durante l’inverno, ma google mi ha rassicurata ( via, fai partire una musica tipo pieroangela, che ci sta tutta): ho scoperto che resistono al freddo tramite una specie di letargo, con la riduzione del metabolismo; che non hanno quasi bisogno di mangiare nei mesi freddi;  che vivono anche per circa due anni; che in primavera scaricano uova a gogò. Mi sono limitata a banali informazioni, ma faccio sempre in tempo ad approfondire con wikipedia., il giorno che decido di metter su un allevamento.

Secondo me è una ragna. Una tosta, temeraria, intelligente ragna, che se ne fotte delle avversità, che se ne frega di essere ladylike, che va nello spazio lasciando a terra gli idioti dei commenti sessisti, che ricostruisce sempre, e comunque.  Una guerriera, come la tipa alla quale avevano annunciato un tumore, e che se ne è andata a spasso nel periodo più di merda della sua vita in compagnia di bandane colorate di tutti i colori a coprire la testa pelata.

La  invidio un po’,  la mia amica ragna. Ha un qualcosa che mi piace.

Forse nei periodi pesanti può diventare fonte d’ispirazione, esempio positivo, e in più, se non si tolgono le ragnatele, beh, un lavoro in meno, visto che non ho tutta questa passione per i lavori domestici. Sì sì, ho deciso che mi piace la ragna.

Come mi piacciono le mie bandane. Ma la guerriera, la guerriera dov’è.

time out.

Sarei in ferie. In pratica lo sono, ma non me ne sono neanche accorta, quindi è obbligatorio il condizionale presente. Non faccio altro che girare coma la merda nei tubi, per usare un’espressione della mia ammica, che rende non l’idea, ma molto molto di più. Qua e là riesco anche a risolvere qualcosa, chiudo situazioni per il lavoro, sistemo la dispensa per il mio coinquilino che tornerà dandomi il cambio a casa, rifocillo gatti e pesci, passo l’aspirapolvere e faccio girare la lavatrice come una forsennata. E stiro (parolaccia, una qualunque va bene).

Comunque ancora qualche giorno e poi bon. Mi sentirò veramente in vacanza quando il mio deretano poggerà sul seggiolino di quell’aereo lì. Vado in un posto solito, tanto per cambiare, con una lista di robe da visitare che non ho ancora visto, più altre già viste e riviste, che non fa mai male rifrequentare. E poi una capatina a Glasgow. Quando dico a qualcuno faccio un saltino in Scozia, mica ti dice: che bello, la brughiera, le cornamuse, la Tennent’s, il kilt, eccetera eccetera. No. La frase di tutti, donne e uomini, é: ah, Sean Connery, chissà che non lo incontri! Eggià. Infatti Sean Connery è proprio lì, a Glasgow, che poi lui è di Edimburgo, per essere precisa, che mi aspetta per fare un selfie da mostrare a tutti al rientro. È che in effetti sono disorganizzata. Forse avrei dovuto fargli sapere del mio arrivo, mandargli una mail, un uozzap, un messaggio su fb, una semplice letterina a cuore aperto, un po’ pallosa, ma sincera, e sperare che mi degnasse, pochino pochino, mica troppo, giusto due chiacchiere magari, anche solo per dirmi fatti furba, cogliona, che poi, attenzione attenzione digressione in arrivo, io che uso orgogliosa parole come sindaca e architetta e assessora, trovo che il termine coglione declinato al femminile faccia veramente schifo, essendo maschile intrinsecamente, legato con due nodi, uno fatto a x, l’altro a y, all’universo maschile, così esplodente di testosterone, così virile e forte, cosa cazzo c’entrano le femmine così dolci e morbide e in questi giorni anche anti-femministe patinate e truccatissime col cartello I don’t need feminism in mano per farsi far foto da pubblicare sui social, per cui lasciamolo ai maschi, ai maschi coglioni, perchè quando ci vuole ci vuole.

Anyway, Sir Sean Connery ha un fascino innegabile, poco importa se ha un’età. Non che i fighi attori più giovani non sollevino la mia attenzione, ma un vero sfarfallio gastrico non è così frequente . Johnny Depp escluso, ovviamente.

A Glasgow visiterò: la university e la sua library, la women’s library, la cathedral, la necropolis. Il resto in giro, al cazzeggio, un prato, un libro.

E comunque, perso il treno con Sean Connery, potrei sempre incontrare Mark Knopfler, why worry, there should be sunshine after rain.

Lui sì che è di Glasgow.

Frau Emme.

Ho un sogno ricorrente. Che poi per ricorrente si intende che si ripresenta frequentemente, qualche volta anche troppo. Ebbene, il mio sogno è troppo ricorrente. Nel senso che qualche giorno fa  ho sognato una persona ben per la terza volta negli ultimi trent’anni o giù di lì. Troppo, troppo ricorrente, essendo la persona in questione la mia insegnante di tedesco, Frau Emme.

Una specie di incubo, come era già a quel tempo, una roba da orticarie e scagozzi  e annodamenti di stomaco, sempre, cinque anni di patimenti e di sfilze di quattro. Collezionavo un chilometro di voti, visto che praticamente interrogava ogni giorno. Così non si stava mai tranquilli: mi ha interrogata ieri, mi son presa il mio votaccio come da manuale, oggi mi lascerà in pace, vero? Macchè. Oggi chiama di nuovo, tre domande, un esercizio: quattro.  Che tipa. Cappottino sempre in tinta con gli accessori: rosso e nero il paltò, rosso e nero l’ombrello; marrone l’ombrello, marrone il paltò; azzurro l’abitino, azzurra la borsa; verde la borsa, verde l’abitino. Quanti ombrelli e borse possedeva Frau Emme? E quanti fazzolettini ricamati? Elegantissima sempre, assurda per noi fricchettoni privi di qualunque senso del buon gusto. Uno shock fin dalla seconda volta in cui la vedemmo: auf Seite 7, lesen Sie bitte…eeehhhh? . Leggo??? E che cavolo leggo, io il tedesco non lo so ancora, mia cara Frau Emme, se lo ricorda che questa è solo la seconda ora che trascorriamo insieme? No, non lo ricordava, quindi giù di BRD und DDR, che allora la Germania era ancora suddivisa. Gentile, eh, Frau Emme, giusto quel tantino melliflua,  l’unica insegnante a darci del lei dalla prima, con i nostri 14 anni che lo trovavano incredibile e disagevole. Non alzava mai il tono di  voce, tanto aveva il registro dalla sua parte, poteva fingere simpatia e carineria come le pareva. Direi che non l’ho mai vista fingere simpatia, però, e forse non l’ha neanche mai provata davvero. Le invidiavo l’auto, questo sì, una bellissima 2 cavalli, come quella di George, il professore d’inglese, che invece era un figo spaziale. Il tedesco non l’ho imparato. Alla fine dell’anno sistemavo la media, raggiungevo il fatidico sei, mettevo un paio di cerotti sul mio tallonedachille, e sopravvivevo.

Comunque l’ho sognata. Aveva i capelli bianchi e non mi ricordo assolutamente una cippalippa del sogno, però mi son svegliata con l’ansia. Eccheccazzo, Frau Emme, incubo dei miei anni migliori, piantala lì di disturbarmi adesso, bitte.

Negli anni ottanta ci sembrava una vecchia, che poi forse era decisamente più giovane di quanto non sia io adesso. Quindi, tirando le fila delle minchiate scritte oggi,  dovute al momento indaffaratissimo che sta allegramente trascorrendo in questa pittoresca e reale città, ce la vogliamo buttare lì una riflessione?

I nati all’inizio di questo millennio ci vedono incartapecoriti e grigi, tristi e tremolanti, e non sanno quanto si sbagliano, eccome se si sbagliano. Siamo invece briosi ed elastici, interessanti ed esuberanti, effervescenti e pieni di vita. Ecco, per questo lavoreremo fino a 70 anni.

 

Però non dimenticherò mai Die Lorelei:

Ich weiß nicht, was soll es bedeuten
daß ich so traurig bin
Ein Märchen aus alten Zeiten
das kommt mir nicht aus dem Sinn…      

und so weiter.

incipit: il giorno seguente non morì nessuno.

Chi ben comincia è a metà dell’opera. Certo che se sei Dante e ti viene da scrivere qualcosa nelle sere d’inverno, mentre la fiamma della candela vibra della sua luce giallina, e butti lì un nel mezzo del cammin di nostra vita, beh, allora possiamo parlarne. Anche senza poi scomodare gente da così lontano nel tempo, esempi se ne possono trovare anche negli ultimi, diciamo 150 anni. Tipo tutte quelle robe manzoniane dagli inizi indimenticabili, ei fu siccome immobile di qua, sparsa le trecce morbide di là. Per quanto riguarda il ramo del lago di Como, di carta deve averne buttata via parecchia prima di decidere quale fosse il miglior incominciamento, e di questo abbiamo le prove. Però, evidentemente, ad un certo punto deve aver detto eccolo qua, questo è preciso preciso quello che tutti gli studenti sogneranno di notte, quello che mai più scorderanno.

Quando mi infogno nei meandri delle librerie scorro dita su dorsi, sfilo leggero, guardo la copertina, butto un vago occhio sulla quarta, ma soprattutto leggo l’incipit, o meglio una bella paginetta, e anche oltre. Qualche volta devo darmi un contegno, ché altrimenti vado avanti e mi trovo a pagina trenta come niente, seduta per terra, come anche succedeva al mio coinquilino già quando era ragazzetto imberbe, ma già degno figlio della sua mamma. Cioè, ad un certo punto me lo perdevo: lo ritrovavo dopo mezz’ora a gambe incrociate a mordere unghie col libro a metà. Magari comprarlo, va, che mica è una biblioteca questa.

Di incipit grandiosi, di quelli che ti fan sentire un brivido che parte giusto dalle cervicali e finisce al coccige, così per essere raffinata nell’espressione, ne ho incontrati a carriole. Innamoramento a prima vista, colpo di fulmine, chiamiamolo come ci pare, è così

Tipo:

Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna.

Ultimo si chiamava così perché era stato il primo figlio.

Arriviamo alla Grande Città. Abbiamo viaggiato tutta la notte. Nostra Madre ha gli occhi arrossati. Porta una grossa scatola di cartone, e noi due una piccola valigia a testa con i nostri vestiti, più il grosso dizionario di nostro Padre, che ci passiamo quando abbiamo le braccia stanche.

E dando ragione a chi me l’ha suggerito: Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.

In questa lunga giornata di tranquillità ho affrontato una lettura impegnativa, un libro che pochissimi hanno letto e leggeranno, o chissà cosa accadrà. Non riporto l’incipit, ma anche di questo potrò conservarne il ricordo. La lettura era tosta, emotivamente faticosa, e non posso negare di averla intrapresa con una certa inquietudine. Non sapevo cosa ci avrei trovato in quelle pagine, e forse ancora devo macinare delle cose. Però mi è venuta spontanea tutta questa roba sugli incipit, dei libri sì, ma perché no anche dei film, che due scene e si può decidere se sarà una schifezza oppure bellissimo o così così, e, giusto perché sono contorta e distorta, anche sulle situazioni in generale della vita. L’incipit di un’amicizia, l’incipit di un rapporto di lavoro, l’incipit di un viaggio, l’incipit di una storia con una persona. È che non sempre le prime venti, trenta righe in queste situazioni ti fanno capire bene. Con tutta l’attenzione che possiamo porre, cercando di intuire i panorami che potrano aprirsi, gli sviluppi futuri e quant’altro, magari quel lavoro lì sarà una tragedia, o sarà il lavoro della nostra vita; quell’amica tanto simpatica e dolce con cui ci si trova tanto bene forse si perderà; oppure un viaggio incominciato di merda perchè arrivi in aeroporto e ti accorgi di essere senza carta d’identità, smadonnando prendi l’aereo successivo dopo aver ritrovato il documento al fondo della borsa, e poi arrivi a destinazione, dove tutto va meravigliosamente bene e l’unica merda è dover tornare a casa.

Poi con gli uomini, peggio che mai. Non c’è ragionamento sull’incipit che tenga. Tutte le storie son perfette. Se ci sono casini nell’incipit, ah, come siam brave ad ignorarli. Siamo meravigliosamente abili a sotterrare tutti i segnali di prossima disgrazia, che prima o poi arriva come da manuale. Le farfalle nello stomaco hanno il loro dovere da svolgere: strangolano le viscere, annullano l’appetito, eliminano il sonno, rendono una larva, dimagriscono meglio della più efficace delle diete dimagranti, che dukan ci fa una pippa. Se i segnali sono nefasti, sono evidenti da subito, son lì davanti ai nostri occhi, su un piatto d’argento.Eppure noi macchè, a crogiolarci nella perfetta storia d’amore che forse perfetta non è, che forse amore non è.

E’ che innamorarsi è bello, fa anche bene alla salute, se non si dimagrisce troppo. Fa stare bene, respirare, giocare, e anche vivere, per aggiungere un po’ più di smielatura.

Quindi l’incipit va bene così. È dopo le prime trenta pagine che bisogna cominciare a ragionare, se ci si riesce. Se si recuperano le redini. Se siamo in grado di capire. Se ci viene data la possibilità di capire. L’incipit può essere vero fino all’ultima riga, può rivelare pagine belle ed interessanti. Il piatto d’argento potrebbe porgere solo cose belle. E le farfalle nello stomaco possono continuare il loro lavoro.

 

E comunque questi sono i miei incipit preferiti:

L’uomo che è appena entrato nel negozio per noleggiare una videocassetta ha nella sua carta d’identità un nome tutt’altro che comune, di un sapore classico, che il tempo ha reso stantio, niente di meno che Tertuliano Màximo Afonso. Il Máximo e l’Afonso, di applicazione piú corrente, riesce ancora ad ammetterli, a seconda, però, della disposizione di spirito in cui si trovi, ma il Tertuliano gli pesa come un macigno fin dal primo giorno in cui ha capito che l’infausto nome si prestava a essere pronunciato con un’ironia che poteva essere offensiva. È professore di Storia in una scuola media, e la videocassetta gli era stata suggerita da un collega di lavoro che tuttavia non si era dimenticato di preavvisare, Non che si tratti di un capolavoro del cinema, ma potrà intrattenerla per un’ora e mezza.

Tempo pessimo per votare, si lagnò il presidente di seggio della sezione elettorale quattordici dopo aver chiuso violentemente il parapioggia inzuppato ed essersi tolto un impermeabile che a ben poco gli era servito nell’affannoso trotto di quaranta metri da dove aveva lasciato l’auto fino alla porta da cui, col cuore in gola, era appena entrato.

Sopra la cornice della porta c’è una placca metallica lunga e stretta, rivestita di smalto. Su sfondo bianco, le lettere nere annunciano Conservatoria Generale dell’Anagrafe. Lo smalto è crepato e sbrecciato in alcuni punti. La porta è antica, l’ultimo strato di vernice marrone si sta scrostando, le venature del legno, visibili, ricordano una pelle striata. Ci sono cinque finestre sulla facciata. Appena si varca la soglia, si sente l’odore della carta vecchia.

Si vede il sole in uno degli angoli superiori del rettangolo, quello alla sinistra di chi guarda, e l’astro re è raffigurato con la testa di un uomo da cui sprizzano raggi di luce pungente e sinuose lingue di fuoco, come una rosa dei venti indecisa in quali direzioni puntare, e quel viso ha un’espressione piangente, contratta da un dolore inconfortabile, e dalla bocca aperta emette un urlo che non potremo udire, giacché nessuna di queste cose è reale, quanto abbiamo davanti è solo carta e colore, nient’altro.

L’uomo che guida il camioncino si chiama Cipriano Algor, fa il vasaio di mestiere e ha sessantaquattro anni, anche se a vederlo sembra meno anziano. L’uomo che gli sta seduto accanto è il genero, si chiama Marçal Gacho, e ancora non è arrivato ai trenta. In ogni modo, con la faccia che ha, nessuno glieli darebbe. Come si sarà notato, sia l’uno che l’altro hanno appiccicati al nome proprio dei cognomi insoliti di cui s’ignorano l’origine, il significato e la ragione. La cosa più probabile è che si dispiacerebbero se mai giungessero a sapere che algor, algora, significa freddo intenso del corpo, preannuncio di febbre, e che il gacho è né più né meno che la parte del collo di bue su cui poggia il giogo.

Quando il signore, noto anche come dio, si accorse che ad adamo ed eva, perfetti in tutto ciò che presentavano alla vista, non usciva di bocca una parola né emettevano un sia pur semplice suono primario, dovette prendersela con se stesso, dato che non c’era nessun altro nel giardino dell’eden cui poter dare la responsabilità di quella mancanza gravissima, quando gli altri animali, tutti quanti prodotti, proprio come i due esseri umani, del sia-fatto divino, chi con muggiti e ruggiti, chi con grugniti, cinguettii, fischi e schiamazzi, godevano già di voce propria. In un accesso d’ira, sorprendente in chi avrebbe potuto risolvere tutto con un altro rapido fiat, corse dalla coppia e, uno dopo l’altro, senza riflessioni e senza mezze misure, gli cacciò in gola la lingua.

Continuerò a dipingere il secondo quadro, ma so che non lo finirò mai. Il tentativo è fallito e non c’è miglior prova di questa sconfitta, o fallimento, o impossibilità, del foglio di carta su cui mi accingo a scrivere: un giorno, prima o poi, mi volgerò dal primo quadro al secondo e infine a questo testo, o salterò la tappa intermedia, o troncherò la frase per correre a dare una pennellata sulla tela del ritratto che S. mi ha ordinato, o forse su quell’altro, parallelo, che S. non vedrà.

Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr’ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato.

 

forza.

Sto leggendo tanto, tantissimo, in questo periodo, in modo compulsivo, ad ore impossibili, in momenti improbabili. Ho fatto il pieno di libri sulle donne, scritti da donne in epoche diverse, in paesi diversi, su donne diverse. Leggo blog di donne, e quando giri sui blog vivi la stessa esperienza che ti passa youtube: non puoi smettere. Da un blog all’altro, dall’altro a quell’altro, e così via, di blog in blog, e poi fuori dal pc di libro in libro. Sempre la mia ricerca complice di tutto ciò, ma anche e soprattutto c’è che mi appassiona. Mi appassiona il caleidoscopio che ne emerge, le fragilità e le durezze, le incertezze e le sicurezze, le tinte forti e le tinte sbiadite, le frustrazioni e la voglia di andare avanti, le speranze, la determinazione, i momenti cupi, i sogni.

C’è Simona di Marcela Serrano, arrabbiata e schietta, sessantenne. Dice che brutta parola è diventata adesso femminismo: demonizzata, utilizzata in modo improprio, abusata, inflazionata. Invece si tratta di un concetto così basilare: aspirare ad una vita più umana, nella quale ogni donna abbia gli stessi spazi e i diritti di un uomo. Il ginecologo le dice è tutto a posto, ha le ovaie un po’ atrofizzate, ma non si deve preoccupare, alla sua età è normale. E lei pensa: alla mia età si può essere perfetta e insieme atrofizzata, cazzo. Simona, che non ha mai detto ad Octavio quanto amore provasse per lui, perchè lei stessa ne è spaventata. L’amore non si dice. È troppo sdolcinato, rosa, un po’ disgustoso. Niente è più banale di una frase d’amore, niente è più inconsistente.

Ci sono le studentesse di Azar Nafisi, nei pomeriggi di Teheran, nel 1995. Quelle delle foto. Nella prima foto sette donne su sfondo bianco. In conformità alle leggi del loro paese indossano ampie vesti nere e veli, neri anch’essi, legati stretti intorno alla testa, che lasciano scoperti il volto e le mani. La seconda foto ritrae lo stesso gruppo di di donne, nella stessa posizione, contro la stessa parete bianca. Stavolta, però, senza quei drappi scuri. Sprazzi di colore le distinguono l’una dall’altra. Ognuna è diversa per il colore e lo stile degli abiti, per il colore e la lunghezza dei capelli; nemmeno le due che portano ancora il velo si confondono più.

C’è Franca Valeri, signorina negli anni trenta, quando la giovinetta respirava in tutto il suo quotidiano il timore del peccato. Mancavano alla liberalizzazione due elementi fondamentali per l’evoluzione a venire: il divorzio e la televisione.

C’è Rosa, di Lucìa Etxebarrìa, manager razionale, che riflette duro: si potrebbe dire che ogni anno compiuto va ad aggiungere una nuova pennellata a quello che sarà il tuo ritratto definitivo. Ma si potrebbe anche dire che ogni anno compiuto getta un’ulteriore palata di terra sulla tomba della tua gioventù. Avere un anno in più significa accumulare maggior esperienza e pertanto, si suol dire, essere più saggi e sereni. Ma ogni compleanno è un promemoria puntuale per la tua coscienza: neanche quest’anno hai fatto qualcosa con la tua vita. Un mese fa ho compiuto trent’anni. Ho sprecato esattamente un terzo della mia vita.

C’è Eve Ensler, che regala la parola ad una parola insabbiata, che apre alla presa di coscienza, in modo divertente e fantasioso. Ciò che non diciamo diventa un segreto, e i segreti spesso creano vergogna, paura e miti. Si può dire: vagina. E quanto più le donne pronunciano la parola vagina, minore è l’effetto che fa; diventa parte del nostro linguaggio, parte della nostra vita. La nostra vagina diventa integrata, rispettata, sacra. Diventa parte del nostro corpo, collegata alla nostra mente, e carburante per il nostro spirito. La vergogna se ne va e la violenza cessa, perchè la vagina è qualcosa di visibile e di reale, ed è associata a donne potenti e sagge che parlano di vagina.

E oggi in un blog, mi appare la figura della matrioska, questa bambolina un po’ tonda, morbida e liscia, dalle tinte vivaci, occhioni grandi e ciglia lunghissime, col capo coperto e il vestito a fiori, che contiene una bambola, che contiene una bambola, che contiene una bambola. Ecco. È esattamente la matrioska quello che siamo. Siamo contenitori di idee e di pensieri, di forza ed elettricità, di potenza e gentilezza. L’introspezione che ci contraddistingue ci costringe alle continue domande senza risposte che accompagnano le nostre giornate, faticose, divise e moltiplicate, a guardare quello che siamo e quel che siamo state e a pensare a come saremo. Sole, accompagnate, con figli, senza figli. Siamo capaci di fare tutto da sole, ma siamo anche capaci di domandare aiuto. Anche se quando tutto va in frantumi non è facile domandare aiuto.

Ancora Simona: gli uomini si sentono molto virili perché superano i problemi da soli. Da soli significa senza medicine né terapie. Da dove viene questa solenne idiozia?

Le donne sanno chiedere aiuto, e sanno ascoltare le proprie emozioni. Non è inutile guardare dentro di noi, non è umiliante aver bisogno di una mano, né chiederla. Siamo capaci di guardare le bambole che abbiamo dentro, con emozione e rispetto.

Questa è la nostra forza più grande.

grazie a  http://tiasmo.wordpress.com/2014/02/28/labbraccio/